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Riepilogo Riduci

Il blog di fiat Riduci

Antonietta.jpgMi chiamo Antonietta, sono sposata dal 1971 con Gianni e abitiamo a Pescara. La nostra famiglia, grazie a al nostro unico figlio è aumentata di numero da quando ne è entrata a far parte la sua sposa e i piccoli Giovanni, arrivato ad aprile del 2002 ed Emanuele a giugno del 2006.

Siamo operatori di Pastorale famigliare perchè ci siamo innamorati di Dio e del suo progetto sulla famiglia. I libri di carne, su cui il Signore ci ha dato il compito di rivedere la nostra storia personale e di coppia, sono loro, i figli che ci ha chiamato a generare nello Spirito. Noi, coppia sterile, stiamo sperimentando la fecondità che viene dall'aver accolto Cristo nella nostra vita, anche se con ritardo. Ho acconsentito volentieri a collaborare con questo sito e, anche se materialmente sono io che scrivo, non posso prescindere dal nostro io coniugale, che rende possibile cogliere tante occasioni di grazia.

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Preghiera di lode

Il limite
Bisogna entrare nel deserto per rendersi conto che nulla è scontato, che molte cose di cui godiamo sono frutto dell'asservimento al peccato, agli idoli di questo mondo.
Nel deserto incontriamo il Signore, ci accorgiamo della sua provvidenza, della sua cura costante nei confronti dell'uomo.
Poveri ed in cammino alla volta della terra promessa,diventiamo pellegrini, profughi e mendicanti, a imitazione di Cristo.
Gesù, primo pellegrino, sfollato è approdato ai nostri lidi per lavarci in piedi e rimetterci in piedi per permetterci di continuare a sperare nella terra promessa ed entrare nel suo riposo.
“ Domine non sum dignus” L'estrema povertà, l'estrema inadeguatezza invoca l'onnipotenza di Dio che tutto può se lo vuole.
La memoria
La preghiera di lode non può non poggiare sull'esperienza di ciò che nella vita abbiamo percepito come dono di Dio negli eventi straordinari, nelle persone straordinarie che ci hanno portato a cambiare atteggiamento, facendoci uscire dallo scontato.
Persone che ci hanno salvato, tratto fuori dalla melma e dal fango e ci hanno restituito la dignità perduta.
Eventi in cui si è percepito lo sguardo di qualcuno chino su di noi, un samaritano che si è fatto carico delle nostre ferite e ci ha preso sulle spalle, dopo avervi versato l'olio della tenerezza e della compassione, dell'amore gratuito senza riserve.
Ed è lì che comincia la preghiera di lode.
E' un dire grazie a chi e per chi si è chinato a raccoglierci dalla strada e che ci ha sottratto al pericolo di ladroni.
La memoria di uno sguardo che suscita un altro sguardo, di gratitudine a chi hai di fronte e ti dice: “coraggio sono io non temere! Non sono un fantasma.”
Il percorso quindi parte da dove posi lo sguardo. Se sei a terra puoi guardare il cielo le stelle , il creato, se sei a terra puoi godere di tutto ciò che ti sovrasta e ti viene gratuitamente donato.
Se invece continui a rimanere sul tuo piedistallo, lo sguardo inevitabilmente si posa su ciò che sta sotto che in genere è il fango, la terra, il peccato, il fallimento, la nostra umanità imperfetta peccatrice.
“Gloria a Dio e nell'alto dei cieli e pace agli uomini di buona volontà”
La preghiera di lode è un uscire fuori da sé da sé e incontrare il tu di Dio in cui ritroviamo noi stessi e tutto e tutto ciò che gli appartiene.
La dovizia di doni dei quali non ci accorgiamo imbandiscono ogni giorno la nostra mensa. Certo che non sempre anzi raramente sul tavolo c'è quello che noi desideriamo.
Il pane spesso è pane di lacrime, di sofferenza, di solitudine, di dolore.
Come lodare Dio nella prova? Come riuscire a benedirlo e ringraziarlo quando ci sentiamo schiacciati da ogni parte?
La lode è perché c'è, perché c'è stato, perché siamo certi che la sua fedeltà dura in eterno. La nostra vita vale parecchio altrimenti non l'avrebbe riscattata pagando un prezzo così elevato.
La nostra vita è il dono più grande che abbiamo potuto ricevere, anche quando ci sembra di non servire più a nessuno, anche quando siamo dimenticati da tutti.
Sentirsi guardarti da Dio, sentirsi amati da lui nella memoria di tanti suoi benefici fa sì che che diamo senso anche le nostre infermità che servono a far meditare, riflettere quelli che vivono nell'autosufficienza e nella presunzione di non avere bisogno di nulla.
La lode scaturisce da da ciò che Dio ci ha dato ci dà ci darà.
Ma per lodare il Signore bisogna aprire gli occhi e le orecchie.( prima le orecchie poi gli occhi in verità)
“ Ascolta Israele se tu mi ascoltassi!”
Il Dio di Gesù , il Padre, provvede ai gigli dei campi, all'erba dei prati agli uccelli del cielo.
La provvidenza che si fa tangibile quando sei affamato assetato ignudo pellegrino.
Le beatitudini
La provvidenza sperimentata, vissuta ci apre la bocca alla lode, ci mette in un atteggiamento di attesa di preghiera di gratitudine di fiducia in Dio.
“ Dio è qui e non lo sapevo! “Disse Giacobbe, nella notte più buia della sua vita.
Quante volte abbiamo sperimentato l'incursione provvidenziale di Dio nella nostra storia. Ma Dio non è nello straordinario ma nell'ordinarietà delle cose.
Ridiventare bambini
“Per cosa vogliamo ringraziare Gesù?” “Per le patate e per i colori “disse Giovanni quando aveva meno di tre anni.
Ringraziare per le patate. Chi ci avrebbe pensato? Eppure bisogna ridiventare bambini, rinascere dall'alto per sperimentare quella meraviglia, quella gratitudine per il dono che Dio ci fa attraverso i 1000 gesti di tenerezza al giorno che ci aiutano a vivere.
" Dacci oggi il nostro pane quotidiano", diciamo nel Padre nostro
Il pane quotidiano in minima parte è merito nostro, il resto è gratitudine a Dio e all'altro.
Eucaristia
Come le gocce d'acqua nel vino consacrato sull'altare si perdono e diventano sangue di Cristo, così noi nel calice mettiamo la nostra indegnità unita al canto di lode perchè li trasformi in fonte di Vita per tutti.


Inviato @ 24/02/2010 18.23.06 da laprimaparola@gmail.com | COMMENTI (1)


FAMIGLIA OGGI:RIFLESSIONI DI COPPIA

 

  Questa è la traccia della trasmissione "FAMIGLIA OGGI:RIFLESSIONI DI COPPIA", andata in onda,  su Radio Speranza(RadioinBLU). . Voglio condividere, in questo spazio, la gioia di trovare ogni giorno ragioni di speranza nella nostra faticosa vita di coppia e di servizio alla famiglia e alla Chiesa. Il programma è frutto delle esperienze vissute alla luce della Parola di Dio. Ringrazio tutti quelli che con i loro scritti  ci aiutano a rendere più bella, più vera, più viva la testimonianza della  fede. 

 

Tema: Costruire il NOI 

 

FAMIGLIA OGGI:RIFLESSIONI DI COPPIA 

 

Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta

 

Canto: Dio ha tanto amato il mondo (CD – “Risorto per amore” 10)

 

Benvenuti all’ascolto di questa trasmissione, cari amici.

Dagli studi di Radio Speranza vi saluta Antonietta.

Oggi sono sola, Gianni è al lavoro e mi ha incaricato di portarvi i suoi saluti.

Da questa situazione abbiamo tratto lo spunto per parlarvi del “noi” in cui confluiscono i due “io” che si impegnano a costruire gli sposi, quando decidono di amarsi per tutta la vita.

Non è semplice riuscirci, ma l’importante più del camminare è seguire la giusta direzione.

Quando, come oggi sta succedendo, nelle cose che facciamo o diciamo l’altro è presente perché quella cosa non l’avremmo detta o fatta senza di lui stiamo vivendo il noi, perché le cose di cui mi accingo a parlare sono frutto dell’impegno comune a camminare con Cristo.

La preghiera di Gianni sono certa che mi sosterrà, come siamo soliti fare quando uno solo di noi due deve andare in avanscoperta

Mentre l’uno parla, l’altro preghi”, questo era il mandato, quando qualche domenica fa hanno invitato a parlare quelli che lo sapevano fare, mentre distribuivano i volantini dopo la Messa, per invitare i compagni di banco della domenica a lodare, benedire e ringraziare il Signore, il martedì e il venerdì, nel gruppo Sacra Famiglia nella chiesa di S. Giuseppe. Fra questi c’ero anch’io che non ho bisogni di stimoli per aprire la bocca.

Ricordo che pensai che dovevano essere pazzi a credere che basta saper parlare per portare un annuncio e in quel caso era Gianni quello che doveva pregare.

Ma a pregare mi ci sono messa d’impegno anche io perché, e questo era il dilemma, se gli uomini si erano dimenticati che l’evangelizzazione nella piazza, davanti alla chiesa, passa anche attraverso il mal di schiena di chi deve stare in piedi più di quanto abitualmente gli sia concesso, io no, e avevo bisogno di sapere se anche Dio se l’era dimenticato.

Poi, come spesso mi accade, dopo il primo momento di smarrimento, mi sono messa a vedere cosa Dio si sarebbe inventato per rendere possibile ciò che mi sembrava incompatibile con la mia condizione di salute.

Ma Lui non si smentisce mai e ci ha messo in mano un microfono, chiamandoci qui, in questa emittente dalla quale poter raggiungere tante più persone di quante ci è dato d’incontrarne, la domenica, durante e dopo la Messa.

E’ bellissimo vivere nello stupore di come il Signore operi per utilizzare al meglio le nostre risorse, quando ci vede disponibili a dirgli di sì.

All’inizio di questo cammino, cominciato con Gianni non molti anni fa, non ci aspettavamo che le cose andassero così.

Nella Chiesa che avevamo cominciato a frequentare, Gianni che era arrivato dopo di me, trovò subito collocazione nel coro che anima la messa delle otto e trenta della domenica, mentre io, stonata come una campana, continuavo a chiedere al Signore che mi permettesse, almeno all’elevazione, di cantargli: ”Santo, santo santo, è il Signore, Dio dell’universo“ senza inorridire io, e far tappare le orecchie a chi mi stava vicino. Ma niente da fare, anzi proprio in quel periodo, come se non bastasse, persi completamente la voce, per via di due interventi che direttamente o indirettamente interessarono la gola.

La storia di Giobbe fu allora che mi prese a tal punto che mi convinsi che, se mi fossi arresa al Signore, avrei ritrovato la salute e con la salute la voce. Grazie alla rieducazione postoperatoria, la voce la recuperai alla grande, deludendo quelli che speravano di mettermi a tacere, una volta per tutte.

E vi assicuro erano tanti, compreso Gianni, anche se ci scherzava sopra con i nostri amici e auspicava un tempo di tregua dalle mie parole.

Ricordo ancora la penitenza singolare che mi diede un sacerdote, quella di stare cinque minuti in silenzio davanti al tabernacolo, che mi costò tanta fatica allora, ma che mi fece riflettere sull’importanza di fare silenzio per ascoltare cosa l’altro ha da dirci.

Gli inizi del nostro cammino di fede furono tutt’altro che facili, perché a me piace rendermi utile e nella Chiesa sembrava che non ci fosse posto per me, mentre Gianni non aveva dovuto aspettare un granchè per mettersi al lavoro nel coro.

Anzi, le prove lo portavano ad assentarsi da casa, dopo cena più di una volta la settimana, per via di un concerto di evangelizzazione che si stava preparando.

Io non posso dire che ne ero dispiaciuta, anzi approfittavo della sua assenza per dedicarmi al mio hobby preferito: scrivere preghiere.

Avevo trovato l’interlocutore che non avevo in casa, quello a cui confidare i miei problemi, l’amico su cui contare, il maestro che mi istruiva, ma non ancora il Padre da cui farmi amare.

Anni addietro il diario mi era servito per parlare solo con me stessa. La difficoltà a dialogare con Gianni aveva sviluppato in me questa scappatoia per non morire soffocata dal silenzio.

Pregare da sola mi dava tanta forza e tanta pace, mi rigenerava, ma quando ritornavo nella mischia, alle mie occupazioni quotidiane, che implicavano l’incontro e lo scontro con il mio prossimo più prossimo, le persone o la persona che il Signore mi aveva messo vicino, la pace e la gioia andavano a farsi benedire, e dovevo fare una gran fatica per non fuggire, sperando che il supplizio durasse il meno possibile.

A svegliarmi dal sonno venne, durante la Quaresima di due anni fa, la parola di Dio quando fa dire a Pietro, sul monte della Trasfigurazione: “Maestro, facciamo tre tende, una per te, una per Mosè, una per Elia”

Già le tre tende che San Pietro voleva piantare per continuare all’infinito a godere della luce di Cristo, anch’io avevo cercato di piantarle, ma non mi era riuscito, come non riuscì a San Pietro, che voleva prendere la scorciatoia, pensando che gli uomini e il mondo fossero ostacolo alla santità.

Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi, fate questo in memoria di me” E’ la formula che sentiamo ripetere ogni volta che andiamo alla Messa.

Ma cosa dobbiamo fare in memoria di Gesù? Consacrare il pane e il vino? Quello compete ai sacerdoti. Mangiare il corpo consacrato di Cristo, questo sì lo possiamo fare, anzi mi ero messa d’impegno a farlo ogni giorno e non ne potevo fare più a meno.

Fate questo in memoria di me” Queste sono le parole che mi hanno colpito in una Messa senza omelia, di quelle che ti fanno dire:” Oggi ritorno a casa tale e quale ero, tanto le letture le ho meditate a casa e il prete non si è sprecato.

Fate questo in memoria di me”: sul mio lezionario meditato non sono riportate queste parole che si ripetono ogni giorno, ma solo le letture che variano secondo l’anno, corredate da splendide, profonde ed esaurienti spiegazioni.

Ho comprato l’opera in otto volumi perché volevo sapere tutto e di più della parola di Dio, senza trascurare niente, ma quel “fate questo in memoria di me”, non essendo ripetuto ogni giorno, non mi aveva mai colpito come quella mattina, in una chiesa semideserta, con un sacerdote che aveva fretta di arrivare alla fine.

Aveva una voce forte e chiara, questo si, e tutta la messa le formule le ha pronunciate ad alta voce, scandendo le parole, perché le ascoltassimo e ci unissimo alla sua preghiera.

Fate questo in memoria di me”.

Mi sono girata e guardata intorno.

La chiesa era grande, ogni banco una persona, a destra e a sinistra, ugualmente distanti tra loro, fatta eccezione di due suore e di noi due che eravamo inginocchiati vicini.

Spezzarsi e donarsi, soffrire e morire per gli altri, per chi ci aveva messo vicino; questo voleva dire: “Fate questo in memoria di me”.

Ho ringraziato il Signore perché ci aveva concesso di capire quanto fosse importante eliminare le distanze, specie quando si prega, l’ho benedetto per il desiderio che ha messo in noi di essere segno di un’unità a cui ci aveva chiamati a rispondere.

L’ho detto a Gianni alla fine della Messa, e insieme abbiamo ricordato, quando la domenica o nella preghiera del gruppo ci mettevamo lontani, o anche durante il pranzo o durante le feste con i parenti o gli amici, ognuno cercando altrove ciò che naturalmente gli era stato messo vicino.

Abbiamo ricordato quante volte la presenza dell’uno infastidiva l’altro, impegnato a fare un solitario o a parlare con l’amica di turno.

L’amico è colui davanti al quale puoi pensare ad alta voce.

Chi era l’amico o l’amica a cui potevamo dire tutto o proprio tutto di noi?

Se non avessimo incontrato il Signore, se non ci fossimo imbattuti come i discepoli di Emmaus nel maestro che spiega il passato alla luce del presente radioso della sua resurrezione, sicuramente avremmo visto la distanza che ci separava diventare abissale.

L’abisso lo ha colmato Gesù, venendo incontro al nostro desiderio di incontrarlo per vedere se anche noi con Lui potevamo risorgere, attingendo alla sua acqua..

 

Canto: Gesù e la samaritana (CD “Nelle tue mani” – 6)

 

L’Antico Testamento, fino a quel momento incomprensibile, si è colorato di una luce nuova e ci ha comunicato ciò a cui inconsciamente ognuno dei due tendeva, ma che non sapevamo avere così a potata di mano.

Le parole della Genesi riguardo alla creazione dell’uomo vorremmo ricordarle anche a voi e da quelle trarre spunto per riflettere sull’unità dalla quale abbiamo preso origine e alla quale siamo chiamati a ritornare.

La Bibbia si apre con l’immagine dell’uomo maschio e femmina da cui Dio separa Adamo ed Eva, la coppia, alla quale consegna il compito di mettere in circolo l’amore, e si chiude con l’Apocalisse dove lo Sposo Gesù e la Chiesa sua sposa si incontrano e si uniscono nelle nozze escatologiche a cui Dio chiama l’intera umanità, grazie a quell’amore messo in circolo con l’aiuto dello Spirito Santo.

Il linguaggio della Bibbia è un linguaggio sponsale dall’inizio alla fine, e l’istituzione dell’Eucarestia è il segno tangibile che Dio fa sul serio e desidera che l’uomo sia disponibile a fare ciò che Gesù ha fatto, a farlo in memoria di Lui.

Allora le parole della consacrazione non sono più quelle che interpellano il sacerdote e lo chiamano a celebrare e rinnovare il sacrificio, ma quelle che ci interpellano tutti, a spendere e offrire il nostro corpo al compagno allo sposo, al fratello, alla chiesa che Dio ci ha chiamati ad amare, il corpo con il quale ci ha chiamato a rispondere.

La sacra particola è il corpo di Cristo che servirà ad ogni uomo per rendere possibile il miracolo che si comunichi l’amore attraverso la diversità dell’essere maschio e femmina, giovane e vecchio, ricco o povero, colto o ignorante.

Che cosa stupenda è questo progetto che Dio ha sull’uomo, che ama più di ogni umana creatura tutti, indistintamente, indipendentemente se siano buoni o cattivi.

La parabola del padre misericordioso, che prima chiamavamo la parabola del figliol prodigo, ci parla proprio dell’amore senza misura di un padre che aspetta che il figlio ritorni e che non lo sgrida quando questo accade, ma gli mette la veste più bella e fa festa perché finalmente è tornato ad abitare nella sua casa.

Che tristezza vedere che il fratello maggiore se la prende e non gode della clemenza del padre, dando per scontato che sia cattivo e intransigente come lui sarebbe se fosse al posto suo.

La verità è che noi facciamo Dio a nostra immagine e somiglianza e ci riesce difficile pensarlo diverso da noi.

E dire che Lui ci ha fatto ad immagine e somiglianza sua, vale a dire il contrario.

Perciò, dopo tante parole spese per farsi conoscere, attraverso la creazione, attraverso la storia (quella d’Israele in particolare, narrata nella Bibbia, che è chiamata Parola di Dio), si è deciso a scendere tra di noi, dando un corpo alla parola, perché ci mettessimo in relazione con ciò che abbiamo e che cade sotto i nostri occhi, il corpo, lo strumento indispensabile perché noi uomini, non angeli, possiamo comunicare.

Nel corpo di Cristo noi incontriamo Dio, quando facciamo la Comunione, ma lo incontriamo ugualmente nei fratelli, il corpo che ci ha lasciato per fare comunione con lui, amandoli come lui ci ama.

Spesso penso a Giovanni, il profeta che Dio ci ha mandato a domicilio, che più diventa autonomo più dà per scontate le cose.

Ricordo, quando bussava alla porta, si catapultava nelle nostre braccia e ci baciava senza che noi gli dicessimo niente.

Adesso, quando arriva dal nido, affamato bussa e chiede la pappa e ci cerca per vedere soddisfatte le sue aspettative, ma quando la sera i genitori tornano dal lavoro spicca la corsa e se ne va a casa sua, spesso dimenticando di dire anche un semplice ciao.

Gianni ed io ci siamo detti di non promettergli regali in cambio di baci e di comunicargli, anche quando si dimentica di salutarci l’amore che nutriamo per lui, richiamandolo dentro la nostra casa per dargli quel bacio che, non lui, ma noi desideriamo dargli, nonostante tutto.

La nostra storia, come quella di tanti che hanno incontrato il Signore e vivono nella sua casa è proprio questa: vivere come se tutto ci fosse dovuto, pronti a chiedere al mattino ciò di cui sentiamo il bisogno, ma lenti e pigri la sera a ringraziarlo per quello che ci ha dato e di cui spesso non ci accorgiamo neanche.

Dio ci ha dato un compito, il corpo, l’ho letto da qualche parte e mai abbiamo sentito quanto difficile sia

sentirsi corpo di Cristo, essere corpo di Cristo, vedere nell’altro il suo corpo, essere eucaristia l’uno per l’altro.

Quando vennero quelli della missione a parlarmi dello Spirito Santo gli risposi che non perdessero tempo, perché io l’avevo tutto consumato a cercarne uno di Dio, e che non volevo complicarmi la vita. Uno bastava e avanzava, dissi ad Annamaria e Graziellina.

Gianni, che è meno complicato di me, tutte questi ragionamenti non era abituato a farli e a lui bastò cercare la fonte della luce che aveva illuminato il mio viso quando cominciai a farmi aspettare, per andare alla preghiera, la sera del martedì, mentre lui inseguiva sullo schermo le immagini vuote a cui uno stanco telecomando non riuscivano a dare vita.

Una vita lo avevo aspettato, era giusto che aspettasse anche lui.

Finalmente era arrivato il tempo di render pan per focaccia, perché avevo incontrato lo Spirito.

C’è da chiedersi che Spirito avevo incontrato se l’effetto era quello di lasciare solo il marito e di goderci e di commiserarlo, perché lui non c’era riuscito.

Ricordo, quando gli fu affidato il compito di restaurare una chiesa, anni addietro e usciva tutte le mattine all’alba per seguire i lavori e ne approfittava per entrare nella cappella e farci una preghiera.

Io lo invidiavo e mi dicevo che io non potevo permettermelo, perché di mestiere facevo l’insegnante e non la restauratrice di chiese. e non potevo neanche farci capolino per via della mia incapacità a adattarmi a qualsiasi appoggio che non fosse la sedia o il letto di casa mia.

Ma il Signore era pronto a smentirmi, chiamando noi insieme a restaurare la casa, la nostra casa, la piccola Chiesa domestica dove voleva venire ad abitare.

Ricordo allora che condividemmo le tensioni di un lavoro non facile alle prese con operai che scomparivano proprio quando ce n’era più bisogno e con i desiderata di un convento con tante teste. Della preghiera parlammo poco, ma ricordo che la cosa m’incuriosiva e in fondo lo invidiavo per quella fede semplice che io non riuscivo a trovare.

Poi il desiderio di andare in Chiesa divenne un’esigenza comune, ma rimanevamo ancora distanti e soli con il nostro Dio personale che facevamo fatica a condividere. Era come pretendere che passasse la corrente attraverso dei fili spezzati.

 

Canto: Ad una voce (CD “Ad una voce” – 3)

 

E’ strano come le coppie si trovino a condividere tutto, dalle cose più banali e non belle a quelle più importanti, ma hanno difficoltà a condividere ciò che li farebbe volare, lo Spirito Santo che invocato insieme ogni giorno renderebbe piane le vie più scoscese e farebbe sentire vicini anche quando a dividerli c’è un oceano.

All’inizio questo non lo capimmo e eravamo contenti del fatto che il Signore ci concedesse la grazia di perdonare l’altro e di non tenere il muso, salvo poi, quando la misura diventava colma riprendere tutto ciò che ci eravamo lasciati alle spalle.

Facevamo come quei creditori che abbonano il debito ma non trascurano occasione per ricordartelo.

La memoria delle offese ricevute è il più grande ostacolo all’ingresso della misericordia di Dio.

Dicevo della nostra difficoltà a condividere Dio, ad unirci nella preghiera, perché non riuscivamo a perdonare e a perdonarci per quello che avremmo voluto essere e che non eravamo.

L’invito a pregare insieme per una coppia in difficoltà, rivoltoci in occasione di un incontro pastorale per la Famiglia, fu lo stimolo a cambiare abitudine.

Se fino a quel momento eravamo convinti che saremmo stati migliori se l’altro fosse stato migliore, pian piano ci accorgemmo che di fronte a Dio non c’erano migliori o peggiori, essendo tutti figli e fratelli in Gesù.

Il Padre nostro, recitato a fatica, masticato, almeno le prime volte, ci ha introdotti nell’amore del Padre che guarda i suoi figli con lo stesso occhio benevolo e che non ha badato a spese perché ce ne convincessimo.

Gesù insieme con noi, insegnandocela, pronuncia le parole che più ci coinvolgono: ”Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”

Ricordo il brivido freddo che mi attraversava le ossa quando le pronunciavo, pensando di essere sola, dimenticando che Gesù era venuto a donarci lo Spirito per rendere possibile ciò che umanamente è impossibile: amare come lui ci ha amati.

E il miracolo pian piano lo stiamo vedendo, ogni volta che ci mettiamo insieme a pregare.

Come possiamo farlo se non ci siamo perdonati a vicenda?

Come possiamo avvicinarci al sacro banchetto se non abbiamo aperto il cuore all’altro, permettendogli di vedere e toccare le nostre ferite e di farci guardare e curare da tutti quelli che mangiano lo stesso pane e si dissetano alla stessa sorgente?.

Il segno di una comunità unita nell’amore, il segno che il Corpo di Cristo non è disgregato è in quel pregare vicini, fianco a fianco, sia che l’Eucarestia la si celebri in Chiesa alle sette di mattina, sia che la si consumi in casa alla mensa comune o nel talamo.nuziale.

Gesù è venuto a mostrarci come si fa, non solo quando ha scelto una mangiatoia o una stalla per farsi adorare, ma soprattutto quando si è tolto le vesti e ha indossato il grembiule per lavarci i piedi, che presuppone uno stare più vicini di quanto umanamente siamo in grado di sopportare, sia che li laviamo sia che ce li lasciamo lavare. I piedi, s’intende.

Chiediamo al Signore che ci dia l’umiltà e la perseveranza per fare tutto questo, che è poi la strada maestra per la Santità.

Con questo augurio vi lascio, e vi do appuntamento alla prossima settimana, speriamo insieme a Gianni in carne ed ossa.

 

Dagli studi di Radio Speranza abbiamo trasmesso “Famiglia oggi: Riflessioni di coppia”.

 

Canto: Canto: Dio ha tanto amato il mondo (CD – “Risorto per amore” 10)

 

 


Inviato @ 02/06/2009 18.18.25 da laprimaparola@gmail.com | COMMENTI (0)


Ascolto


L'ascolto è la legittimazione ad esistere dell'altro, è la forma primaria dell'amore.
E' come dire:” Io davanti a te mi fermo, perché non so chi tu sia, non pretendo di sapere al posto tuo e mi pongo il silenzio e ascolto come tu ti racconti e ciò che mi dirai di te è ciò che io saprò di te”. L'ascolto genera uno spazio protetto dove l'altro può esprimersi e tirare fuori ciò che ha dentro di sé, senza doversi difendere da nessun tipo di valutazione, intrusione o sovrapposizione.
E, nel momento in cui l'altro si esprime, esiste e, se io sono di fronte alla persona che si esprime e accolgo ciò che dice, la amo.
E con l'amore rendo me viva e l'altra persona viva, ed è possibile la relazione.
L'ascolto è come un abbraccio che fa sentire al sicuro e fa sentire anche il calore, l'interesse, il rispetto, l'accoglimento che non giudica, perché l'abbraccio non entra nel merito, lo contiene, dà sicurezza, dà forza, dà vita... permette alla vita di esprimersi.
L'acolto è comunicare all'altro, stando in silenzio:“Io credo in te non perché so chi tu sia, ma perché sono disposto ad accogliere ciò che tu vorrai essere, nella fiducia che sarà una cosa buona comunque, non perchè risponde alle aspettative che ho nei tuoi confronti, ma perché ti appartiene.

Da un intervento della dott.Ferri Maria, esperta in "Counselling", nella trasmissine radiofonica "Cinque Pani" andata in onda il 23 aprile 2009 su Radio Speranza(RadioinBLU)


Inviato @ 05/05/2009 20.45.29 da laprimaparola@gmail.com | COMMENTI (1)


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