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Orientamenti Pastorali sui Ministri Straordinari della Comunione
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1. Il Ministero Straordinario della Comunione, istituito nel 1973 con il documento Immensae Charitatis, nasce dalla coscienza che l'Eucaristia è fonte e culmine della vita cristiana. La presenza di ammalati, anziani e persone impedite a partecipare direttamente alla celebrazione, esige improrogabili risposte di carità. Questi fratelli vanno aiutati in tanti modi e anche a loro va data la possibilità di scoprire l'importanza di unirsi, non solo spiritualmente, ma anche sacramentalmente, alla Comunità che celebra l'Eucaristia nel Giorno del Signore. 2. Per permettere agli infermi, agli anziani ed eventualmente coloro che li assistono, di partecipare all'Eucaristia, il parroco individua persone idonee (maturità umana, vita cristiana, sensibilità e apertura agli altri, capacità,) ed entro il mese di ottobre le presenta al Vescovo affinché ricevano il mandato di Ministri Straordinari della Comunione. l'età minima per ricevere il mandato è 21 anni. il limite massimo per esercitarlo è 75 anni. 3. MSC, mandati dal parroco, in collaborazione con la Caritas Parrocchiale e chi si occupa dei sofferenti, hanno cura soprattutto di portare la Comunione Eucaristica tutte le domeniche. È consigliabile che ciascun MSC non abbia più di 5 persone da visitare. Se non ci sono Presbiteri, Diaconi, Accoliti, possono aiutare il parroco a distribuire l'Eucaristia nelle grandi assemblee o quando lui fosse assente o impedito. Partecipano attivamente alla vita eucaristica della Comunità. Se necessario e richiesto: espongono il Sacramento; ripongono il Santissimo, evitando qualsiasi gesto simile alla "benedizione". Non è compito dei MSC portare in processione il Santissimo Sacramento. 4. I MSC svolgono il servizio nell'ambito della propria Parrocchia (o Istituto Religioso), in stretto rapporto con il parroco. Non lo svolgeranno in altre Parrocchie o Istituti, se non autorizzati dall'Ufficio Liturgico Diocesano. Ciò vale anche per chi opera in associazioni, gruppi, movimenti. Eventuali anziani o malati vanno indicati al parroco affinché vada a trovarli e invii i MSC. 5. Dopo 5 anni consecutivi di MSC il mandato scade automaticamente. Potrà essere rinnovato dopo un anno di sospensione e un nuovo periodo di formazione. 6. Prima del mandato, le persone indicate dai parroci seguiranno un itinerario formativo (3 incontri e una giornata di spiritualità) per approfondire: · la dimensione ecclesiale del loro servizio; · la Parola di Dio nella vita cristiana; · la vita eucaristica: Eucaristia celebrata, adorata, portata, vissuta; · le caratteristiche e le norme del MSC. La formazione continua nella propria Comunità e nelle proposte diocesane anche dopo aver ricevuto il mandato. 7. MSC non si limitano a portare la Comunione ad anziani e malati: · fanno loro compagnia, li aiutano in spirito di fraternità e amicizia; · animano momenti di preghiera per alimentare, in loro, fiducia e speranza; · manifestano attenzione a quanti li assistono (familiari, infermieri, assistenti, volontari); · ricordano al parroco di visitarli periodicamente anche per celebrare con essi il Sacramento della Penitenza; · curano, con delicatezza e discrezione, la preparazione al Sacramento dell'Unzione degli Infermi ed eventualmente alla Confermazione. 8. Nel loro servizio i MSC coltivano quegli atteggiamenti che rivelano fede e rispetto per il Mistero consegnato nelle loro mani: · portano l'Eucaristia direttamente dalla chiesa alla casa dei malati o anziani; · promuovono un clima di preghiera nell'ambiente in cui La recano, proclamano sempre la Parola di Dio (in genere il Vangelo del giorno) prima di distribuirla; · riportano in chiesa il Pane Eucaristico avanzato. 9. Alle Religiose e ai Religiosi si ricorda che: · nelle Comunità piccole è bene che il mandato sia dato ad una/uno (su 5) e due (su 10 religiose/i) per il servizio di tutte/i; · il mandato può avere validità annuale e poi cessare per lasciare spazio ad altri; · cambiando casa o diocesi il mandato scade (eventualmente va rinnovato); · il mandato ricevuto per il servizio della Comunità Religiosa non è valido per le parrocchie. Per il servizio di MSC in parrocchia, la richiesta deve essere presentata dal parroco. 10. Per la sua straordinarietà, il mandato va rinnovato annualmente, presentando il libretto delle facoltà all'Ufficio Liturgico Diocesano, in occasione dell'incontro annuale. Letture consigliate: - BERGAMINI A., Il Ministro Straordinario della Comunione, San Paolo 1998, pp. 103 - MOSERLE L. - VENTURI G. (edd.) Rito della Comunione e del Culto Eucaristico fuori della Messa. A uso del Ministro Straordinario dell'Eucaristia, ed. Messaggero, Padova novembre 2001, pp. 95 (A cura di Sebastiano Puliafito)
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Chiesa: Sacramento, Comunione, Ministerialità
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1. SACRAMENTO La Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II Lumen Gentium 9 bc: Cristo istituì questo nuovo patto, cioè la nuova alleanza nel suo sangue (cf. 1 Cor. 11, 25), chiamando gente dai giudei e dalle nazioni, perchè si fondesse in unità non secondo la carne, ma nello Spirito, e costituisse il nuovo popolo di Dio. Infatti i credenti in Cristo, essendo stati rigenerati non di seme corruttibile, ma di uno incorruttibile, per la parola di Dio vivo (cf. 1 Pt. 1, 23), non dalla carne ma dall'acqua e dallo Spirito santo (cf. Gv. 3, 5-6), costituiscono infine "una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo tratto in salvo... quello che un tempo era non-popolo, ora invece è il popolo di Dio" (1 Pt. 2, 9-10). Questo popolo messianico ha per capo Cristo " che è stato dato a morte per i nostri peccati, ed è risuscitato per la nostra giustificazione" (Rom. 4, 25), e che ora, dopo essersi acquistato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, regna glorioso in cielo. Questo popolo ha per condizione la dignità e la libertà di figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito santo come nel suo tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (cf. Gv. 13, 34). E, finalmente, ha per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato, finchè alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento, quando comparirà Cristo, vita nostra (cf. Col. 3,4) e "anche le stesse creature saranno liberate dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla gioiosa libertà dei figli di Dio" (Rom. 8, 21). Perciò il popolo messianico, pur non comprendendo di fatto tutti gli uomini, e apparendo talora come il piccolo gregge, costituisce per tutta l'umanità un germe validissimo di unità, di speranza e di salvezza. Costituito da Cristo in una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui preso per essere strumento della redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra (cf. Mt. 5, 12-16), è inviato a tutto il mondo. Cristo è il Sacramento di Dio, il Segno in cui l'Eterno si comunica agli uomini. Per raggiungere poi ogni essere umano nella varietà dei tempi e dei luoghi, il Signore Gesù si fa presente nella sua Chiesa, Sacramento di Cristo e luogo privilegiato del'incontro con Lui nello Spirito. La Chiesa celebra e vive l'incontro tra il Crocifisso-Risorto e gli uomini in alcuni eventi, attraverso gesti e parole com-piuti in obbedienza alla volontà del Signore: i Sacramenti. Afferma il Concilio Vaticano II in Lumen Gentium 1: Cristo è la luce delle genti, e questo sacro concilio, adunato nello Spirito santo, ardentemente desidera che la luce di Cristo, riflessa sul volto della Chiesa, illumini tutti gli uomini annunziando il vangelo a ogni creatura (cf. Mc. 16, 15). E siccome la chiesa è in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano, continuando l'insegnamento dei precedenti concili, intende con maggiore chiarezza illustrare ai suoi fedeli e al mondo intero la sua natura e la sua missione universale. La parola 'sacramento' deriva dal latino sacramentum, dove venive usata per indicare un giuramento di fedeltà. Il 'mistero-sacramento' esprime l'incontro di alleanza che si compie nella storia fra l'iniziativa divina e l'acco-glienza dell'uomo. Tradizionalmente si parla di Sacramento come 'segno efficace della grazia'; con questa formula si vogliono richiamare tanto gli aspetti visibili, udibili e percepibili dell'evento sacramentale, quanto la vita divina offerta agli uomini attraverso di essi dall'amore di Dio. Per un approfondimento: E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità. (Gv 1,14) Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta. (1 Gv 1,1-3) Non c'è altro sacramento di Dio, che Cristo. (S. Agostino, Epistola 187,34) Tu ti sei mostrato a me faccia a faccia, o Cristo: io ti trovo nei tuoi Sacramenti. (S. Ambrogio, Apologia prophetae David, XII, 58) Ciò che era visibile nel Cristo è passato nei Sacramenti della Chiesa. (S. Leone Magno, Sermo 74,2) Lo Spirito Santo attualizza nel tempo l'opera unica definitiva di salvezza compiuta dal Signore Gesù. Quest'azione dello Spirito si compie, in maniera peculiare, attraverso una mediazione storica voluta dal Signore, che prolunga in certo modo il mistero della sua incarnazione: la Chiesa. LG 8 afferma: Cristo, unico mediatore, ha costituito sulla terra la sua Chiesa santa, comunità di fede, di speranza e di carità, come un organismo visibile; la sostenta incessantemente, e per essa diffonde su tutti la verità e la grazia. La società costituita di organi gerarchici e il corpo mistico di Cristo, l'assem-blea visibile e la comunità spirituale, la chiesa della terra e la chiesa ormai in possesso dei beni celesti, non si devono consi-derare come due realtà, ma formano una sola complessa realtà risultante di un elemento umano e di un elemento divino. Per una non debole analogia, quindi, è paragonata al mistero del Verbo incarnato. Infatti, come la natura assunta è a servizio del Verbo divino come vivo organo di salvezza, a lui indissolubilmente unito, in modo non dissimile l'organismo sociale della chiesa è a servizio dello Spirito di Cristo che lo vivifica, per la crescita del corpo (cf. Ef. 4, 16). La Chiesa, comunità della salvezza, è il Sacramento di Cristo come Egli stesso è per noi, nella sua umanità, il Sacramento di Dio. Questa è la vera luna. Dall'intramontabile luce dell'astro fraterno ottiene la luce dell'immortalità e della grazia. Infatti, la Chiesa non rifulge di luce propria, ma della luce di Cristo. Trae il suo splendore dal sole della giustizia, per poter poi dire: io vivo, però non sono più io che vivo, ma vive in me Cristo. (S. Ambrogio, Hexaemeron 4,8,32) 2. COMUNIONE Le Sacre Scritture ci ammaestrano nella retta fede; due brani fondamentali ci aiutano per interpretare correttamente l'essere Chiesa e la partecipazione ministeriale: 1 Cor 12,4-7.11-31 e Ef 4,1-7. 3. MINISTERIALITÀ La Sacra Congregazione per la Disciplina dei Sacramenti, con l'istruzione Immensae Caritatis del 29 gennaio 1973, ha dato facoltà agli Ordinari del luogo di scegliere, qualora lo ritengano opportuno, persone idonee come Ministri Straordinari della Comunione. L'atto missionario fondamentale, la comunicazione della fede, è apparso come realtà generante la Chiesa tanto nella sua origine quanto in ogni sua fase storica. Ogni credente in Cristo e la Chiesa intera come soggetto collettivo, vivono per servire con l'avvento nella storia umana di quel Regno che Gesù per primo ha annunciato. Come il Cristo, la Chiesa non è venuta per essere servita, ma per servire (cfr. Mc 10,45). Questa è una delle caratteristiche fondamentali dell'essere Chiesa. Il Concilio Vaticano II, nel decreto sull'apostolato dei laici Apostolicam Actuositatem, fa un'affermazione che è al contempo di grande semplicità e di notevole importanza: La missione è unica, molteplici sono i ministeri. (AA 2) I testi neotestamentari ci presentano una figura di Chiesa in cui l'uguale dignità riconosciuta a tutti i credenti si coniuga con una molteplicità di forme di esercizio dell'unica missione. La fase post-apostolica registrerà la determinazione di funzioni ministeriali nella Comunità senza che questo comporti un minore riconoscimento del-l'apporto di ogni credente nel dire la fede e la prassi cristiana. Il termine 'laico' non compare nelle Scritture; apparirà per la prima volta nella Lettera ai Corinti (96-98) di Clemente Romano, utilizzato per indicare semplicemente un uomo cristiano appartenente al popolo e che non ricopre un ruolo specifico. Il significato attribuito a questo termine subirà, nella storia, sostanziali mutamenti che rinviano alle innumerevoli trasformazioni che avverranno nella comprensione dei laici e nel riconoscimento del loro ruolo. Solo intorno agli anni '50 del secolo scorso la questione del laicato giunge ad un punto di svolta. Il domenicano francese Y. M. Congar rappresenta, con la sua opera "Per una teologia del laicato", un punto di non ritorno; è, inoltre, il primo tentativo sistematico di qualificare il laico in base alla sua relazione con il mondo, cogliendo in questo una sua specificità non esercitata per delega o mandato della gerarchia, unico soggetto ecclesiale, ma a partire dalla comune vocazione battesimale. Il sacramento del Battesimo permette di partecipare al triplice munus di Cristo (regale, profetico e sacerdotale), fonda questa visione e da al laico una nuova possi-bilità d'azione, anche nella Chiesa. Rimane, tuttavia, nel pre-concilio l'idea forte della separazione netta tra Chiesa e società, sacro e profano, Regno e mondo. Il Concilio Vaticano II opera una sorta di rivoluzione copernicana per la questione in esame; è il primo Concilio della storia della Chiesa che si interroga su chi sia il laico e su quale sia il suo compito specifico. Il laico è presentato, prima di tutto, come credente e membro del popolo di Dio, incorporato per il Battesimo a Cristo e alla Chiesa. Su questi presupposti basilari viene poi ricercata e motivata la specificità laicale. Col nome di laici si intendono qui tutti i fedeli a esclusione dei membri dell'ordine sacro e dello stato religioso ricono-sciuto dalla Chiesa, i fedeli cioè, che, dopo essere stati incor-porati a Cristo col Battesimo e costituiti popolo di Dio, e nella loro misura, resi partecipi della funzione sacerdotale, profe-tica e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano. Il carattere secolare è proprio e particolare ai laici. Infatti i membri dell'ordine sacro, sebbene talora possano attendere ad affari secolari, anche esercitando una professione secolare, tuttavia per la loro speciale vocazione sono ordinati principalmente e propriamente (ex professo) al sacro ministero, mentre i religiosi col loro stato testimoniano in modo splendido e singolare che il mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle beatitudini. Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Essi vivono nel secolo, cioè implicati in tutti e singoli gli im-pieghi e gli affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dal-l'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l'esercizio della loro funzione propria e sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo, a rendere visibile Cristo agli altri, principalmente con la testimonianza della loro vita e col fulgore della fede, della speranza e della carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le realtà temporali, alle quali essi sono strettamente legati, in modo che sempre siano fatte secondo Cristo, e crescano e siano di lode al Creatore e al Redentore. (LG 31) La natura e la tipicità della missione laicale è espressa in AA 7: Tutte le realtà che costituiscono l'ordine temporale, cioè i beni della vita e della famiglia, la cultura, l'economia, le arti e le professioni, le istituzioni della comunità politica, le relazioni internazionali e altre simili, come pure il loro evolversi e progredire, non soltanto sono mezzi in relazione al fine ultimo dell'uomo, ma hanno anche un valore proprio, riposto in esse da Dio, sia considerate in se stesse, sia considerate come parti di tutto l'ordine temporale: "E Dio vide tutte le cose che aveva fatto, ed erano assai buone" (Gen. 1,31). Questa loro bontà naturale riceve una speciale dignità dal loro rapporto con la persona umana a servizio della quale sono state create. Infine piacque a Dio unificare in Cristo Gesù tutte le cose, naturali e soprannaturali, "affinchè egli abbia il primato su tutte le cose" (Col. 1, 18). Questa destinazione, tuttavia, non solo non priva l'ordine temporale della sua autonomia, dei suoi propri fini, leggi, mezzi, della sua importanza per il bene degli uomini, ma anzi lo perfeziona nella sua consistenza e nella propria eccellenza e nello stesso tempo lo adegua alla vocazione totale del-l'uomo sulla terra. Nel corso della storia, l'uso delle cose temporali è stato macchiato da gravi manchevolezze, perchè gli uomini, indeboliti dal peccato originale, spesso sono caduti in moltissimi errori circa il vero Dio, la natura del-l'uomo e i principi della legge morale: da qui corrotti i costumi e le istituzioni umane e non di rado conculcata la stessa persona umana. Anche ai nostri giorni, non pochi, ponendo un'eccessiva fiducia nel progresso delle scienze naturali e della tecnica, inclinano verso una specie di idolatria delle cose temporali, fattisi piuttosto schiavi che padroni di esse. E' compito di tutta la chiesa lavorare affinchè gli uomini siano resi capaci di ben costruire tutto l'ordine temporale e di ordinarlo a Dio per mezzo di Cristo. Spetta ai pastori enunciare con chiarezza i principi circa il fine della creazione e l'uso del mondo, dare gli aiuti morali e spirituali affinchè l'ordine temporale venga instaurato in Cristo. Bisogna che i laici assumano la instaurazione dell'ordine temporale come compito proprio e in esso, guidati dalla luce del vangelo e dal pensiero della Chiesa e mossi dalla carità cristiana, operino direttamente e in modo concreto; che come cittadini cooperino con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità; che cerchino dappertutto e in ogni cosa la giustizia del regno di Dio. La novità che dalla riflessione sinodale viene fuori, riguarda movimenti e aggregazioni laicali, intese come spazio di formazione specifica e di azione comune dei laici. La loro finalità è quella di partecipare responsabilmente alla missione della Chiesa di portare il vangelo di Cristo come fonte di speranza per l'uomo e di rinnovamento per la società. P. ANTONIO ALFIERI
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Eucaristia. Teologia e Patorale della Celebrazione.
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"Un impegno concreto in questo anno del-l'Eucaristia potrebbe essere quello di studiare a fondo, in ogni comunità parrocchiale, i Principi e norme per l'uso del Messale Romano" (GIOVANNI PAOLO II, Mane nobiscum Domine, n. 17). PREMESSE: 1. La Celebrazione dell'Eucaristia: Sacrificio conviviale; convito sacrificale: sacrificio e sacramento; Messa e Comunione, due aspetti dell'unico atto di culto. 2. Partecipazione attiva alla Pasqua del Signore: interna (vita) ed esterna (rito). STRUTTURA 1. I RITI D'INGRESSO: FARE ASSEMBLEA Riti d'ingresso: "l'introito, il saluto, l'atto penitenziale, il Kyrie eléison, il Gloria e l'orazione (o colletta)": scopo: far sì che "i fedeli, riuniti insieme, formino una comunità e si dispongano ad ascoltare con fede la Parola di Dio ed a celebrare degnamente l'Eucaristia" (OGMR 46). 1.1. Il raduno dell'assemblea La Messa inizia con il raduno dei fedeli, primo segno della celebrazione. "Nella Messa il popolo di Dio è chiamato a riunirsi insieme sotto la presidenza del sacerdote, che agisce nella persona di Cristo, per celebrare il memoriale del Signore, cioè il sacrificio eucaristico" (OGMR 27). "La celebrazione eucaristica è azione di Cristo e della Chiesa, cioè del popolo santo riunito e ordinato sotto la guida del Vescovo. Perciò essa appartiene al-l'intero Corpo della Chiesa, lo manifesta e lo implica; i suoi singoli membri poi vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, dei compiti del-l'attiva partecipazione (SC 26). In questo modo il popolo cristiano, "stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato", manifesta il proprio coerente e gerarchico ordine (SC 14). Tutti perciò, sia ministri ordinati sia fedeli laici, esercitano il loro ministero o ufficio, compiendo solo e tutto ciò che è di loro competenza, cfr. SC 28" (OGMR 91). "I fedeli nella celebrazione della Messa formano la gente santa, il popolo che Dio si è acquistato e il sacerdozio regale, per rendere grazie a Dio, per offrire la vittima immacolata non soltanto per le mani del sacerdote ma anche insieme con lui, e per imparare a offrire se stessi" (OGMR 95). La celebrazione della Messa, pertanto, non inizia quando il presidente con i ministri si recano all'altare, ma nell'atto del raduno della comunità, che si dispone alla partecipazione della liturgia: "Il tutto inizia già quando, al suono della campana [...] i fedeli escono di casa e si avviano verso la Chiesa. In quel momento che fa convergere i fedeli verso lo stesso luogo per diventare il soggetto attivo dell'unica azione, il mistero della Chiesa trova una manifestazione sensibile, e insieme l'attuazione più piena (SC 41). Lì si vede che la Chiesa è "popolo radunato nell'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" (Cipriano). È il nuovo popolo sacerdotale che Dio ha convocato in Cristo Gesù in modo permanente, ma che ha il suo tempo forte proprio nell'Eucaristia, in cui la Chiesa si costruisce e si rinnova incessantemente" (ECC 36). 1.2. L'Assemblea, segno della presenza di Cristo L'Assemblea è il segno sacramentale della presenza del Signore, che viene "per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi" (Gv 11,52) e renderli "perfetti nell'unità" (Gv 17,20-23). Nella Chiesa, convocata e radunata in unità, appare manifesta la volontà salvifica di Dio, il quale "volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo ricono-scesse nella verità e fedelmente lo servisse" (LG 9). L'assemblea liturgica è "il primo grande segno di cui si fa esperienza nella celebrazione, e all'interno del quale si pongono tutti gli altri. Essa ha il suo punto di partenza nella iniziativa libera e gratuita del Signore che convoca i credenti intorno a sé" (ECC, n. 36). "Quando il popolo è radunato, il sacerdote e i ministri, rivestiti delle vesti sacre, si avviano all'altare" (OGMR 120). Tale affermazione non ha riscontro nel Messale di Pio V, che si sofferma esclusivamente sul ruolo del presbitero: "Il sacerdote che sta per celebrare la Messa" (Ritus servandus); "Quando il sacerdote è pronto si reca all'altare" (Ordo Missae). Se "il vero soggetto della celebrazione è sempre l'assemblea dei fedeli" (RLI 10), è necessario e urgente risvegliare nella comunità cristiana la coscienza della propria identità, sollecitandola alla partecipazione consapevole e attiva. Tutti i fedeli, in virtù del loro regale sacerdozio, sono abilitati a prendere parte attiva al culto insieme ai ministri ordinati. Infatti, "il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l'uno all'altro, poiché l'uno e l'altro, ognuno a suo modo, partecipano dell'unico sacerdozio di Cristo" (LG 10). Pertanto, "anche la partecipazione dei fedeli laici alla celebrazione dell'Eucaristia e degli altri riti della chiesa non può essere ridotta ad una mera presenza, per di più passiva, ma va ritenuta un vero esercizio della fede e della dignità battesimale" (RS 37). La partecipazione interiore dei fedeli alla liturgia, comporta anche quella esterna al rito in tutto ciò che è di competenza dei laici, senza, tuttavia, confondersi o sostituirsi al compito specifico e insostituibile del ministro ordinato: "Si deve evitare il rischio di oscurare la complementarità tra l'azione dei chierici e quella dei laici, così da sottoporre il ruolo dei laici a una sorta, come si suol dire, di "clericalizzazione", mentre i ministri sacri assumono indebitamente compiti che sono propri della vita e dell'azione dei fedeli laici" (RS 45). La partecipazione attiva dei fedeli è favorita con le acclamazioni e le risposte (OGMR 35), con la salmodia, i canti e le antifone (OGMR 39-41), con le azioni o i gesti e l'atteggiamento del corpo, e anche il sacro silenzio nei momenti in cui è richiesto (OGMR 45; 56). 1.3. Il ruolo del presidente e degli altri ministri La partecipazione attiva alla liturgia implica il coinvolgimento dei diversi ministri e degli stessi fedeli, in ciò che è di loro competenza, anche nella scelta dei testi, dei canti e nella preparazione degli interventi previsti nel corso della celebrazione: Il servizio della presidenza. Il presidente è il vescovo, ed ogni presbitero per suo mandato: "Ogni legittima celebrazione dell'Eucaristia è diretta dal vescovo, o personalmente, o per mezzo dei presbiteri suoi collaboratori" (OGMR 92). Altri compiti ministeriali. In spirito di servizio alla comunità e come forma eminente di partecipazione all'azione sacra, coloro che sono richiesti di svolgere un compito ministeriale si rendano pienamente disponibili, curando la preparazione remota e prossima, in modo da assolvere il proprio compito con competenza e con interiore partecipazione. Oltre al diacono (OGMR 94), ai ministeri istituiti dell'accolito e del lettore, sono da promuovere e curare quelli del lettore e dell'accolito temporaneo (ministro straordinario dell'Eucarsitia!), del salmista, della schola cantorum, del sacrista, del commen-tatore, del maestro delle celebrazioni liturgiche, di coloro che raccolgono le offerte in chiesa e di coloro che accol-gono i fedeli che entrano in chiesa (cfr. OGRM 100-106). 2. LA LITURGIA DELLA PAROLA · La Liturgia della Parola e la Liturgia eucaristica costituiscono il doppio vertice della celebrazione della Messa, le "due mense" dell'unico convito, dell'unico atto di culto. · La Liturgia della Parola è parte integrante e costitutiva della celebrazione. La Parola di Dio, proclamata nell'assemblea e commentata nel-l'omelia, è segno della presenza di Cristo: "Quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura, Dio stesso parla al suo popolo e Cristo, presente nella sua parola, annunzia il Vangelo. Per questo tutti devono ascoltare con venerazione le letture della Parola di Dio, che costituiscono un elemento importantissimo della liturgia" (OGMR 29). · La Parola di Dio non può mai mancare nella celebrazione né essere sostituita con altri testi, per quanto venerandi e degni di attenzione. Il segno della Parola nei segni liturgici L'importanza della Parola di Dio nell'azione liturgica deve risaltare con chiarezza anche dai segni che ne circondano e ne accompagnano lo svolgimento: "la dignità del libro e del luogo per la proclamazione della Parola di Dio, l'atteggiamento del lettore, nella consapevolezza che questi è il portavoce di Dio dinanzi ai suoi fratelli" (Giovanni Paolo II). Ø IL LETTORE La Parola di Dio è una realtà viva che deve essere annunciata ai fedeli dalla viva voce del lettore, segno della presenza di Cristo, che parla al suo popolo. "L'assemblea liturgica non può fare a meno dei lettori, anche se non istituiti per questo compito specifico. Si cerchi quindi di avere a disposizione alcuni laici, che siano particolarmente idonei e preparati a compiere questo ministero" (OLM 52). "Se manca il lettore istituito, altri laici, che siano però adatti a svolgere questo compito e ben preparati, siano incaricati di proclamare le letture della sacra Scrittura, affinché i fedeli maturino nel loro cuore, ascoltando le letture divine, un soave e vivo amore alla sacra Scrittura" (OGMR 66). "Questa preparazione deve essere soprattutto spirituale; ma è anche necessaria quella propriamente tecnica. La preparazione suppone almeno una duplice formazione: quella biblica e quella liturgica. La formazione biblica deve portare i lettori a sapere inquadrare le letture nel loro contesto e a cogliere il centro dell'annuncio rivelato alla luce della fede. La formazione liturgica deve comunicare ai lettori una certa facilità nel percepire il senso e la struttura della liturgia della parola e le motivazioni del rapporto tra la liturgia della parola e la liturgia eucaristica. La preparazione tecnica deve rendere i lettori sempre più idonei all'arte di leggere in pubblico, sia a voce libera, sia con l'aiuto dei moderni strumenti di amplificazione" (OLM 55; Prec.CEI 8). Si richiede anzitutto una preparazione spirituale, alimentata alle fonti della Bibbia e della Liturgia, che com-porta anche un completamento di natura tecnico-strumentale, che consiste nell'apprendere e nell'affinare le tecniche della lettura e del parlare in pubblico, valorizzando gli strumenti di amplificazione della voce. Si tratta di impostare la voce, trovando il giusto ritmo e l'esatta intonazione per una lettura che risulti "dignitosa, a voce alta e chiara" in modo da favorire "una buona trasmissione della Parola di Dio all'assemblea" (OLM 14). La preparazione remota si completa con quella prossima, che è fatta di studio e di riflessione sul testo da leggere, di attenzione all'assemblea per la quale si legge, di cura del luogo (ambone) da cui si legge e, anche, di padronanza degli strumenti (es. microfono) che si usano per la lettura. Il segreto di una buona lettura risiede nella sua accurata e diligente preparazione. La liturgia ama la spontaneità e la creatività ma non può certo tollerare lo spontaneismo e l'improvvisazione. La lettura non può e non deve essere improvvisata; la sacralità della Parola di Dio esige il medesimo rispetto e l'identica delicatezza con cui trattiamo l'Eucaristia. Il lettore viene scelto a tempo perché abbia modo di conoscere il testo da leggere, ne assimili il contenuto, si renda conto del contesto e del genere letterario, prenda visione delle parole chiavi, di difficile dizione, legga una o più volte a voce alta il testo dal Lezionario, da cui dovrà proclamarlo nella celebrazione. Ø L'AMBONE "Nell'ambiente della chiesa deve esserci un luogo elevato, stabile, ben curato e opportunamente decoroso, che risponda insieme alla dignità della Parola di Dio, suggerisca chiaramente ai fedeli che nella Messa è preparata la mensa sia della Parola di Dio sia del Corpo di Cristo, e infine sia adatto il meglio possibile a facilitare l'ascolto e l'attenzione dei fedeli durante la liturgia della Parola. Si deve pertanto far sì che, secondo la struttura di ogni singola chiesa, l'ambone si armonizzi architettonicamente e spazialmente con l'altare" (OLM 32; OGMR 272). La stabile presenza dell'ambone nella chiesa, quale "luogo spaziale" della Parola, deve richiamare alla mente del fedele e far risuonare di continuo nel suo cuore il Lieto Annuncio, ascoltato nella Messa, specialmente ogni qualvolta, nel corso della giornata, egli ritorna nel luogo della celebrazione per un momento di preghiera personale. L'ambone, come l'altare, è un segno legato alla celebrazione, ma che prolunga i suoi effetti oltre il momento liturgico. È bene, quindi, "che tale luogo generalmente sia un ambone fisso e non un semplice leggio mobile" (OGMR 309). "Un leggio qualunque non basta: ciò che si richiede è una nobile ed elevata tribuna possibil-mente fissa, che costituisca una presenza eloquente, capace di far riecheggiare la Parola anche quando non c'è nessuno che la sta proclamando" (PNC 9). L'autenticità e la chiarezza del segno comporta anche, che all'ambone salgano solo i ministri per la proclamazione della Parola di Dio, prevedendo altri spazi per gli interventi del commentatore e per gli avvisi vari. In questo modo i fedeli saranno meglio aiutati a discernere la Parola di Dio dalle parole degli uomini (cfr. OLM 33 OGMR 128; 130; 134-136; 309). Ø IL LEZIONARIO E L'EVANGELIARIO La natura e la funzione liturgica dell'ambone esigono che lo si circondi di decoro e di pulizia; esso non può diventare "supporto per altri libri all'infuori dell'Evangeliario e del Lezionario" (Prec.CEI 16). I libri liturgici sono anch'essi segno della presenza di Cristo, che annuncia con efficacia la Parola della salvezza nell'azione liturgica. Degni della funzione che rivestono, "devono suscitare negli ascoltatori il senso della presenza di Dio che parla al suo popolo. Si deve, quindi, procurare che anche i libri, essendo nell'azione liturgica segni e simboli di realtà superiori, siano davvero degni, decorosi e belli" (OLM 35). "Ai libri delle letture poi, predisposti per la celebrazione, non si sostituiscano, per rispetto alla dignità della parola di Dio, altri sussidi pastorali, per esempio i foglietti destinati ai fedeli per preparare le letture o meditarle personalmente" (OLM 37; cfr. CDC, can. 846 § 1). Nella compilazione del nuovo Lezionario si è seguito il criterio enunciato dal Concilio: "Affinché la mensa della Parola di Dio sia preparata ai fedeli con maggiore abbondanza, siano aperti più largamente i tesori della Bibbia, in modo che in un determinato numero di anni si leggano al popolo le parti più importanti della Scrittura" (SC 51; cfr. n. 35,1). A questo scopo, sono stati predisposti due cicli: quello domenicale e festivo e quello feriale, rispettivamente di tre (A,B,C) e due anni (pari e dispari), che sono autonomi tra loro e ordinati in modo tale che "dinanzi all'assemblea dei fedeli si possano leggere, in un congruo spazio di tempo, le parti più importanti della Parola di Dio" (OLM 65a). Perché la lettura della Parola di Dio risulti varia e abbondante, si segue, in genere, il principio della lettura semicontinua al quale si affianca, e, in alcuni periodi si sostituisce, quello della concordanza tematica. 3. LA LITURGIA EUCARISTICA La seconda parte della Messa è distinta in tre momenti, che richiamano e sviluppano i gesti di Cristo nell'ultima Cena: · Nella preparazione dei doni, sono portati all'altare pane e vino con acqua, cioè gli stessi elementi che Cristo prese tra le sue mani. · Nella preghiera eucaristica si rendono grazie a Dio per tutta l'opera della salvezza, e le offerte diventano il Corpo e il Sangue di Cristo. · Mediante la frazione di un unico pane si manifesta l'unità dei fedeli, e per mezzo della comunione i fedeli si cibano del Corpo e del Sangue del Signore, allo stesso modo con il quale gli Apostoli li hanno ricevuti dalle mani di Cristo stesso (OGMR 72b). 3.1. la presentazione dei doni · In segno di partecipazione è bene che siano gli stessi fedeli a portare in processione le offerte del pane e del vino, che verranno a ricevere al momento della comunione, quale Corpo e Sangue di Cristo (OGMR 73). Inoltre, perché sia espressa più chiaramente che l'unità della Chiesa scaturisce dalla partecipazione all'"unico pane e all'unico calice", è opportuno e auspicabile che le ostie siano contenute tutte in un'unica grande patena e il vino versato in un unico calice (OGMR 331). Nel segno dell'unico pane e dell'unico calice posti sull'unico altare, è significata più chiaramente la natura della Chiesa, radunata dall'amore del Padre mediante Cristo nello Spirito per essere "l'unico corpo e l'unico spirito" nella partecipazione all'unico sacrificio di Cristo (1Cor 10,16-18; Ef 4,1-6). · Nella coppa del vino, il sacerdote versa alcune gocce d'acqua mentre pronunzia sottovoce la formula, che ne spiega il significato simbolico: "L'acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di colui che ha voluto assumere la nostra natura umana". 3.2. La preghiera eucaristica Dopo la presentazione dei doni, "ha inizio il momento centrale e culminante dell'intera celebrazione, la Preghiera eucaristica, ossia la preghiera di azione di grazie e di santificazione. Il sacerdote invita il popolo ad innalzare il cuore verso il Signore nella preghiera e nell'azione di grazie, e lo associa a sé nella solenne preghiera, che egli, a nome di tutta la comunità, rivolge a Dio Padre per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito Santo. Il significato di questa preghiera è che tutta l'assemblea dei fedeli si unisca con Cristo nel magnificare le grandi opere di Dio e nell'offrire il sacrificio. La Preghiera eucaristica esige che tutti l'ascoltino con riverenza e silenzio" (OGMR 78). · Dialogo · Prefazio · Introduzione al Sanctus · Sanctus · Post-Sanctus · Racconto dell'Istituzione "Nella notte in cui fu tradito, Egli prese il pane, rese grazie con la preghiera di benedizione lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: "Prendete e mangiatene tutti questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi". Dopo la cena, allo stesso modo, prese il calice, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo diede ai suoi discepoli, e disse: "Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me"". Ø Nell'ultima Cena, il Signore Gesù prese il pane e la coppa del vino. Il verbo greco lambano è usato sia in senso attivo nel significato di prendere, afferrare qualcosa, aderire a qualcosa o a qualcuno, e sia in senso passivo, ricevere, ottenere. L'azione del "prendere" caratterizza la vita di Cristo e quella dei suoi discepoli. Il Signore Gesù, Dio da Dio, pur essendo di natura divina, "prende", assume anche la condizione di servo, accetta cioè di essere uomo come noi, di essere nostro fratello (Fil 2,5-7). Cristo Gesù, superando la diabolica tentazione di trasformare le pietre del deserto nel pane del convito della salvezza (Mt 4,3-4), e aderendo in tutto alla Volontà del Padre, "prende", quindi accetta, il pane e la coppa che il Padre ha preparato per lui (Gv 18,11). Avendo accettato (labon, una volta e per sempre) la "condizione di servo", Gesù ha votato completamente la propria vita alla realizzazione del progetto di salvezza del Padre, che prevede il sacrificio cruento della vita del Figlio per la salvezza di tutti (Gv 3,16; Rm 8,32). Ø Nell'ultima Cena, Gesù "prese" il pane e la coppa e li diede, edochen, ai suoi discepoli. Egli offre loro di unirsi alla "sua" accettazione filiale della volontà del Padre, e li chiama a partecipare al Suo Mistero redentivo. La Chiesa prende il pane e la coppa, accetta di essere stata già accettata e redenta dal Padre e offerta a Lui nel sacrificio di Cristo (Eb 5,9; 10,10-14). Essa fa memoriale di tutto quanto Cristo ha detto e fatto, partecipa alla sua morte per vivere in Dio nella comunione dei fratelli (1Cor 11,24-25; Lc 22,19). · ANAMNESI · EPICLESI A. "Ora ti preghiamo umilmente: manda il tuo Spirito a santificare i doni che ti offriamo, perché diventino il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, tuo Figlio e nostro Signore, che ci ha comandato di celebrare questi misteri. B. Guarda con amore e riconosci nell'offerta della tua Chiesa, la vittima immolata per la nostra redenzione; e a noi, che ci nutriamo del Corpo e Sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito. Le PE presentano tutte una doppia epiclesi. La prima, detta di consacrazione, è inserita prima del racconto del-l'istituzione, mentre la seconda, di comunione, è collocata tra l'anamnesi e le intercessioni. Pur avendo proprie carat-teristiche, esse esprimono un unico fondamentale significato. La comunità implora il Padre, ché invii lo Spirito a santi-ficare il pane e il vino, perché siano trasformati nella presenza salvifica del Corpo e del Sangue di Cristo (epiclesi I), e la comunità dei fedeli, perché diventino in Cristo un solo corpo e un solo spirito (epiclesi II). Nello Spirito, il Padre ci raduna per la celebrazione di Cristo Gesù nel suo Mistero, ma è dalla celebrazione che scaturisce per noi dal Padre per Cristo la pienezza del dono dello Spirito; nella partecipazione alla mensa eucaristica, infatti, riceviamo Cristo e siamo ricolmi del dono dello Spirito, per cui diventiamo ciò che riceviamo: "L'unico Corpo di Cristo animato dall'unico Spirito di Dio". · INTERCESSIONI PER I VIVI E PER I DEFUNTI · DOSSOLOGIA 3.3. La comunione sacramentale "La Messa o Cena del Signore è - infatti, contempora-neamente e inseparabilmente: - sacrificio in cui si perpetua il sacrificio della croce; - memoriale della morte e della risurrezione del Signore che disse: "Fate questo in memoria di me"; - sacro convito in cui, per mezzo della comunione del Corpo e del Sangue del Signore, il popolo di Dio parte-cipa ai beni del sacrificio pasquale, rinnova il nuovo patto fatto una volta e per sempre nel Sangue di Cristo da Dio con gli uomini, e nella fede e nella speranza prefigura e anticipa il convito escatologico nel regno del Padre, annunziando la morte del Signore "fino al suo ritorno". Nella Messa, dunque, il sacrificio e il sacro convito appartengono allo stesso mistero al punto da essere legati l'uno all'altro da strettissimo vincolo" (EM 3a-b). Il terzo momento della Liturgia eucaristica è costituito dai Riti di comunione, che comprendono la partecipa-zione al pane e alla coppa, con i riti e le preghiere che precedono (Padre nostro ed embolismo; preghiera della pace; fractio panis) e accompagnano (P.c.). La comunione al Corpo e al Sangue di Cristo è il naturale e conseguente sviluppo e il completamento della PE. La partecipazione al Corpo e al Sangue di Cristo di tutta l'assemblea, che ha ascoltato la Parola di vita, è auspicabile e raccomandata come fatto normale e abituale. Nella comunione eucaristica, infatti, i fedeli parte-cipano in pienezza al sacrificio di Cristo, che per la salvezza dell'uomo accettò di subire la Passione della Croce. La comunione sacramentale è una esigenza della natura conviviale del sacrificio eucaristico. Pertanto, "poiché la celebrazione eucaristica è un convito pasquale, conviene che, secondo il comando del Signore, i fedeli ben disposti ricevano il suo Corpo e il suo Sangue come cibo spirituale" (OGMR 80). Il Signore Gesù, infatti, "istituì la santissima Eucaristia principalmente perché fosse a nostra disposizione come cibo, rimedio e sollievo" (EM 60). Perché la partecipazione dei fedeli al sacrificio in atto risulti piena, è bene che comunichino al Corpo e al Sangue del Signore ricevendo il pane e il vino, consacrati nella stessa celebrazione: "Si desidera vivamente che i fedeli, come anche il sacerdote è tenuto a fare, ricevano il Corpo del Signore con ostie consacrate nella stessa Messa, e, nei casi previsti, facciano la Comunione al calice (cfr. n. 284), perché, anche per mezzo dei segni, la Comunione appaia meglio come partecipazione al sacrificio in atto" (OGMR 85). "I fedeli partecipano più perfettamente alla celebrazione dell'Eucaristia, con la comunione sacramentale. Si raccomanda caldamente che essi la ricevano in via normale durante la Messa e nel momento prescritto dal rito stesso della celebrazione, cioè immedia-tamente dopo la comunione del celebrante (cfr. SC, n. 55). Affinché poi, anche attraverso i segni, risulti più evidente che la comunione è partecipazione al sacrificio in atto, si avrà cura che i fedeli possano riceverla con ostie consacrate nella stessa Messa" (EM 31; cfr. RS 89). "La santa comunione, relativamente al segno, ha forma più piena quando è amministrata sotto le due specie" (EM 32). Ø COMUNIONE CON OSTIE CONSACRATE NELLA STESSA MESSA Nei primi tempi della Chiesa, i fedeli abitualmente comuni-cavano tutti al pane e alla coppa, consacrati nella stessa celebrazione a cui prendevano parte. Questa situazione subì delle profonde modifiche nel corso del Medioevo. La comunione non fu più considerata parte integrante della celebrazione, alla quale si assisteva semplicemente senza più comunicare, se non raramente. I fedeli si accontentavano di "vedere" l'ostia e si univano alla Messa celebrata dal sacerdote con la cosiddetta "comunione spirituale", sostitutiva di quella sacramentale. Il Concilio Vaticano II ha ripristinato l'uso della Chiesa antica di consentire ai fedeli di comunicarsi nella Messa a cui partecipano dopo la comunione del sacerdote e con ostie consacrate nel medesimo sacrificio. La comunione sacramentale, ricevuta sempre nelle dovute disposizioni interiori della persona, è richiesta dalla natura stessa della celebrazione, come partecipazione piena ad essa, "chi pertanto, pur essendosi già accostato alla mensa eucaristica, parteciperà nello stesso giorno ad un'altra messa, potrà, anche nel corso di essa, ricevere nuovamente, cioè una seconda volta la comunione" (Prec.CEI 9). Ø COMUNIONE SOTTO LE DUE SPECIE "La santa comunione esprime con maggiore pienezza la sua forma di segno, se viene fatta sotto le due specie. Risulta infatti più evidente il segno del banchetto eucaristico, e si esprime più chiaramente la volontà divina di ratificare la nuova ed eterna alleanza nel Sangue del Signore, ed è più intuitivo il rapporto tra il banchetto eucaristico e il convito escatologico nel regno del Padre" (OGMR 281). Nella prassi si procede con gradualità. Infatti, "prima che i fedeli siano ammessi alla santa comunione sotto le due specie, si deve fare sempre la dovuta catechesi, perché siano istruiti adeguatamente sul significato del rito" (SacrCom 2). Sembra questa una delle ragioni per cui, nonostante l'affermazione di principio sul "diritto" dei fedeli alla comunione sotto le due specie, nella prassi essa sia ancora accordata comunemente come una "concessione". Il problema è più di natura ecclesiale. Il sacramento, infatti, comporta necessariamente la consumazione di entrambe le specie consacrate nella stessa Messa da parte del soggetto celebrante. Se i fedeli non sono tenuti a ricevere contemporaneamente le due specie è perché non sono ancora considerati soggetto della celebrazione, relegati ancora nel ruolo di "assistenti", che usufruiscono degli effetti che scaturiscono dalla celebrazione. In realtà la comunione sacramentale con una o due specie, con ostie consacrate nella stessa Messa o in una Messa precedentemente celebrata, pone problemi che riguardano la stessa comprensione del mistero eucaristico. In fondo si tratta di definire chi è il "soggetto" della celebrazione: chi celebra l'Eucaristia? Chi è abilitato a offrire il sacrificio, e prima ancora, qual è la natura del sacrificio che si offre?. Il pieno recupero della comunione sotto le due specie si potrà avere solo se si torna a guardare all'Eucaristia dalla prospettiva della celebrazione, quale sacrificio conviviale di natura simbolica che comporta per se stesso la partecipazione attiva, consapevole, comunitaria, interna ed esterna dell'assemblea alla celebrazione del sacrificio eucaristico e non semplicemente agli "effetti" spirituali di salvezza che da essa derivano per i fedeli. La Chiesa post conciliare continua nella via dell'assimi-lazione dell'ecclesiologia di comunione e, di conseguenza, nel recupero della dimensione assembleare della celebrazione. "La celebrazione dell'Eucaristia infatti è azione di tutta la Chiesa. Questo popolo è il popolo di Dio, acquistato dal Sangue di Cristo, radunato dal Signore, nutrito con la sua Parola in Cristo, rende grazie per il mistero della salvezza, offrendo il suo Sacrificio; popolo infine che, per mezzo della comunione al Corpo e al Sangue di Cristo, rafforza la sua unità" (OGMR 5). Con la nuova edizione dell'Ordinamento generale del Messale Romano (a. 2000.2004) la comunione sotto le due specie è permessa abitualmente a quanti prendono parte alla "Messa conventuale" o "della comunità", specialmente nelle comunità di formazione e negli incontri spirituali e pastorali. Inoltre, è demandata al vescovo diocesano la facoltà di emanare norme per la sua diocesi, intese ad allargare ulteriormente la concessione fino al riconoscimento di fatto del diritto dei fedeli alla comunione al calice, che può costituire il modo ordinario di ricevere l'Eucaristia: "Il vescovo diocesano può stabilire per la sua diocesi norme riguardo alla comunione sotto le due specie, da osservarsi anche nelle chiese dei religiosi e dei piccoli gruppi. Allo stesso vescovo è data facoltà di permettere la Comunione sotto le due specie ogni volta che sembri opportuno al sacerdote al quale, come pastore proprio, è affidata la comunità, purché i fedeli siano ben preparati e non ci sia pericolo di profanazione del Sacramento o la celebrazione non risulti troppo difficoltosa per il gran numero di partecipanti o per altra causa" (OGMR 283). Queste norme liturgiche costituiscono un'estensione notevole di quanto finora stabilito. "D'ora in poi è competenza del vescovo diocesano di emanare norme per la sua diocesi sulla distribuzione della s. comunione sotto le due specie. La competenza del vescovo è, conforme al diritto, primaria (cfr. can. 381 § 1), e non è sottoposta ad una previa "autorizzazione" della conferenza episcopale". Alcuni vescovi, avvalendosi della facoltà conferita loro dall'Institutio generalis, hanno già provveduto a emanare un Decreto ad hoc per la propria diocesi, autorizzando la distribuzione anche quotidiana della Comunione sotto le due specie. Attuando l'auspicato passaggio dalla "concessione" al riconoscimento del "diritto" dei fedeli alla comunione sotto le due specie, i vescovi di Nicosia e di Agrigento hanno stabilito che la Comunione ai fedeli nelle loro diocesi sia data "di norma", e non semplicemente "permessa" o "concessa", sotto le due specie. Ø COMUNIONE AI MALATI La Comunione eucaristica si riceve dai ministri: presidente e diacono, i quali possono essere coadiuvati, secondo le necessità pastorali, anche dall'accolito e da altri ministri straordinari dell'Eucaristia. Pertanto "Non è ammesso che i fedeli prendano essi stessi il pane consacrato e il sacro calice; e tanto meno che li facciano passare dall'uno all'altro" (ID 9). Anche gli ammalati sono parte integrante della comunità cristiana e dell'assemblea liturgica che si raduna per la celebrazione della Messa. Quando portare loro la comunione? Una testimonianza (san Giustino II secolo) e un suggerimento (a conclusione della Messa, a cui gli infermi sono uniti spiritualmente). DON NUNZIO CONTE, SDB
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Eucaristia: Sigillo dello Spirito Santo nella Vita Diaconale del Credente
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"Chiamò il pane suo corpo vivente, lo riempì di se stesso e del suo Spirito. [...] E colui che lo mangia con fede, mangia Fuoco e Spirito. [...] Prendetene, mangiatene tutti, e mangiate con esso lo Spirito Santo. Infatti è veramente il mio corpo e colui che lo mangia vivrà eternamente". (Efrem il Siro)
· Preghiamo Signore Gesù Cristo che hai strettamente congiunto il mistero della tua ineffabile presenza nel Santissimo Sacramento dell'altare al mandato di servire i fratelli, ascolta la nostra preghiera.
Lavando i piedi agli Apostoli nella cena dell'Eucaristia, ci hai insegnato a dare concretezza alla fede e a collegare l'adorazione con l'impegno quotidiano. Abbiamo bisogno, o Signore, di trovare la dolcezza e la pace dell'intimità con Te, ospite discreto dei nostri Tabernacoli.
Ma vogliamo anche abbattere le barriere che spesso separano ancora la pietà dall'esperienza vissuta nella vita familiare e nella società.
Aiutaci a credere di più e ad amare di più. Rendi eucaristica la nostra esistenza nel contesto di questi anni drammatici e meravigliosi di inizio del terzo millennio cristiano
E fa, che le nostre comunità ritrovino la gioia e la fierezza di seguire Te come Maestro e Guida nel cammino verso il Padre. Amen.
0. PREMESSA Il Signore nostro Gesù Cristo portando a compimento il suo Mistero Pasquale ha "prolungato" la sua presenza nel suo corpo che è la Chiesa. Apparendo agli undici e donando loro il Suo santo Spirito li ha confermati nella missione di perdonare i peccati, di annunziare il vangelo, di battezzare, nella certezza che Egli sarebbe rimasto con i suoi fino alla fine dei secoli. Non ci può essere esperienza cristiana senza la mediazione ecclesiale, ma è anche vero che non ci può essere Chiesa senza Eucaristia, secondo l'antico adagio dei Padri: "L'eucaristia fa la Chiesa, come la Chiesa fa l'Eucaristia". Il rapporto vitale fra Cristo e la sua Chiesa è dato grazie all'azione dello Spirito Santo che agisce mediante i sacramenti. Quest'ultimi e in maniera particolare l'Eucaristia, perchè siano celebrati in Spirito e verità esigono una partecipazione piena, fruttuosa, significativa, vitale. Occorre superare oggi lo scollamento tra Cristo e Chiesa, tra Rito e Vita. Per celebrare degnamente i divini misteri è richiesta l'offerta della propria stessa vita. Afferma S. Leone Magno in un discorso sulla Passione: "Non altro opera la partecipazione al corpo e al sangue di Cristo che farci passare in ciò che assumiamo", cioè farci diventare Eucaristia vissuta, attuata nella vita di ogni giorno. Naturalmente l'Eucaristia è una azione "simbolica" in cui agisce tutta la Ss.ma Trinità e la Chiesa, anche se nella trattazione ci limiteremo ad analizzare maggio-rmente l'azione dello Spirito Santo che ci abilita ad offrire - figli nel Figlio - un culto gradito al Padre. 1. CORPO DI CRISTO E CORPO ECCLESIALE, ANIMATI DALLO STESSO SPIRITO 1.1 "Per una analogia che non è senza valore, quindi, è paragonata al mistero del Verbo incarnato. Infatti, come la natura assunta serve al Verbo divino da vivo organo di salvezza, a lui indissolubilmente unito, così in modo non dissimile l'organismo sociale della Chiesa serve allo Spirito di Cristo che la vivifica, per la crescita del corpo" (cfr. Ef 4,16). · Esercizio n. 1 Il mistero della Chiesa è indissolubilmente legato a quello di Cristo. Infatti se la Chiesa è definita a. Ovile, Cristo è b. Gregge, Cristo è c. Campo, Cristo è d. Vigna, Cristo è e. Edificio, Cristo è f. Tempio' Cristo è g. Popolo sacerdotale, Cristo è h. Sposa, Cristo è Usando alcune immagini sopra elencate, componi una frase in cui emerga il trinomio Cristo-Chiesa-Eucaristia.
2. LO SPIRITO ANIMA DELL'EUCARISTIA Ritornando alla non debole analogia del Verbo incarnato con il corpo ecclesiale occorre affermare, secondo l'antica tradizione dei Padri che, l'azione dello Spirito Santo è giustificata, nella Celebrazione Eucaristica, dal mistero del-l'incarnazione. Secondo il piano divino Dio scelse, per operare la salvezza, segni, simboli, riti, fino a mandare il suo stesso figlio che si è incarnato e ha assunto la natura umana "per opera dello Spirito Santo" (Cf. Lc. 1,35) e il concorso della Beata Vergine Maria. Così la Messa fiorisce fra l'incontro dello Spirito santo e la disponibilità della Chiesa che viene a sua volta assunta quale corpo del Signore. La vita di Cristo è trasmessa ai suoi fratelli di fede, nella Chiesa, per mezzo dei sacramenti. LG. 10. Cristo Signore, pontefice assunto di mezzo agli uomini (cfr. Eb 5,1-5), fece del nuovo popolo "un regno e sacerdoti per il Dio e il Padre suo" (Ap 1,6; cfr. 5,9-10). Infatti per la rigenerazione e l'unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le attività del cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di colui, che dalle tenebre li chiamò all'ammirabile sua luce (cfr. 1 Pt 2,4-10). Tutti quindi i discepoli di Cristo, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio (cfr. At 2,42-47), offrano se stessi come vittima viva, santa, gradevole a Dio (cfr. Rm 12,1), rendano dovunque testimonianza di Cristo e, a chi la richieda, rendano ragione della speranza che è in essi di una vita eterna (cfr. 1 Pt 3,15) I fedeli se vengono da un lato conformati e consacrati a Cristo, Pontefice della nuova ed eterna alleanza, dall'altro sono abilitati ad offrire un culto spirituale e far conoscere i prodigi di Dio, rendere testimonianza a Cristo. LG. 11. Il carattere sacro e organico della comunità sacerdotale viene attuato per mezzo dei sacramenti e delle virtù. I fedeli, incorporati nella Chiesa col battesimo, sono destinati al culto della religione cristiana dal carattere sacramentale; rigenerati quali figli di Dio, sono tenuti a professare pubblicamente la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa. Col sacramento della confermazione vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l'opera, come veri testimoni di Cristo. Partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la vittima divina e se stessi con essa così tutti, sia con l'offerta che con la santa comunione, compiono la propria parte nell'azione liturgica, non però in maniera indiffe-renziata, bensì ciascuno a modo suo. Cibandosi poi del corpo di Cristo nella santa comunione, mostrano concretamente la unità del popolo di Dio, che da questo augustissimo sacramento è adeguatamente espressa e mirabilmente effettuata. Usando l'immagine del computer, cara ai giovani, con il battesimo avviene la configurazione del programma di vita a Cristo e quindi ci si avvia, con la cresima si innesca il sistema operativo, con l'Eucaristia, si aggiorna sempre il programma. 3. LE AZIONI DELLO SPIRITO: RICORDA, CONDUCE ALLA VERITÀ, RENDE TESTIMONIANZA Dai testi analizzati emerge con chiarezza il pensiero della Chiesa sui sacramenti quali azione del Pontefice, autore e Perfezionatore della nostra fede, che mediante segni sensibili, il lavacro, l'unzione il banchetto, agisce mediante il suo santo Spirito. Triplice è l'azione dello spirito Paraclito, di Verità, promesso da Cristo la vigilia della sua Passione (Gv. 13-). Egli a) Insegna e Ricorda (Gv. 14,26) b) Introduce nella Verità (Gv. 16,13) c) Rende testimonianza . (Gv. 15,26-27) 4.1. L'AZIONE EPICLETICA NELLE LITURGIA DELLA PAROLA La liturgia della parola è gravida della grazia dello Spirito. Basti ricordare la celebre espressione giovannea che sigilla gli annunci delle sette Chiese della Apocalisse:"Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese" (Ap. 2,17.11.17.29; 3,6.13.22). Lo ribadisce anche l'Introduzione al Lezionario: "Perché la parola di Dio operi davvero nei cuori ciò che fa risuonare negli orecchi, si richiede l'azione dello Spirito Santo; sotto la sua ispirazione e con il suo aiuto la parola di Dio diventa fondamento della azione liturgica, e norma e sostegno di tutta la vita. L'azione dello stesso Spirito Santo non solo previene, accompagna e prosegue tutta l'azione liturgica, ma a ciascuno suggerisce nel cuore21 tutto ciò, che nella proclamazione della parola di Dio vien detto per l'intera assemblea del fedeli, e mentre rinsalda l'unità di tutti, favorisce anche la diversità dei carismi e ne valorizza la molteplice azione. n.9" 4.2. L'AZIONE EPICLETICA NELLE LITURGIA EUCARISTICA Nella PE si celebra un dono che la Chiesa non solo riceve da Cristo per le mani del presbitero, ma essa stessa impara ad unirsi all'offerta di Cristo e a celebrarne il memoriale. La risposta da parte della Chiesa al comando del Salvatore: FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME si pone si pone a livello rituale, ecclesiale ed esistenziale a) Iniziazione al mondo dei segni e dei simboli in liturgia (SC. 7;33) b) Senso di appartenenza alla Chiesa locale, parrocchiale e universale c) Offerta della propria vita in termini di sacrificio e di comunione. PREGHIERA EUCARISTICA III Celebrando il memoriale del tuo Figlio, morto per la nostra salvezza, gloriosamente risorto e asceso al cielo, nell'attesa della tua venuta ti offriamo, Padre, in rendimento di grazie questo sacrificio vivo e santo. Guarda con amore e riconosci, nell'offerta della tua Chiesa, la vittima immolata per la nostra redenzione; e a noi, che ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo Spirito. Egli faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito, perché possiamo ottenere il regno promesso insieme con i tuoi eletti PREGHIERA EUCARISTICA V C Celebrando il memoriale della nostra riconciliazione, annunziamo, o Padre, l'opera del tuo amore. Con la passione e la croce hai fatto entrare nella gloria della risurrezione il Cristo, tuo Figlio, e lo hai chiamato alla tua destra, re immortale dei secoli e Signore dell'universo. Guarda, Padre santo, questa offerta: è Cristo che si dona con il suo corpo e il suo sangue e con il suo sacrificio apre a noi il cammino verso di te. Dio, Padre di misericordia, donaci lo Spirito dell'amore, lo Spirito del tuo Figlio. Fortifica il tuo popolo con il pane della vita e il calice della salvezza, rendici perfetti nella fede e nell'amore in comunione con il Papa e il nostro Vescovo .. Donaci occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli, infondi in noi la luce della tua parola per confortare gli affaticati e gli oppressi: fa' che ci impegniamo lealmente al servizio dei poveri e dei sofferenti. La Tua Chiesa sia testimone viva di verità e di libertà, di giustizia e di pace, perché tutti gli uomini si aprano alla speranza di un mondo nuovo. · Esercizio Rintraccia le tre azioni dello Spirito santo nelle Preghiere Eucaristiche e prova a trascriverle nello spazio seguente: RICORDARE
INTRODURRE NELLA VERITA'
TESTIMONIARE
5. DIMENSIONI ESISTENZIALI DEL MSC 5.1 Rievocare saper ascoltare le meraviglie che Dio compie nella propria esistenza. Saperle rileggere la propria storia con gli occhi e il cuore di Dio. Vivere la vita come Vocazione, come dono di Dio. Per questo occorre: conoscenza delle sacre Scritture, discernimento spirituale, capacità di lasciarsi guidare da un fratello maggiore. Nella nostra esistenza si prolunga e si incontra la presenza di Dio "L'acqua unita al vino" 5.2 Oblatività: Tra le opere meravigliose che Dio ci ha manifestato nel figlio e che noi dobbiamo imitare è l'atteggiamento della Kenosi, ossia dell'annien-tamento per amore, dell'essere sacrificio vivente gradito a Dio. Offrite i vostri corpi come sacrificio santo e gradito a Dio… non conformatevi alla mentalità di questo secolo (Rom12,1-ss). Pane e vino sono il frutto della terra e del lavoro dell'uomo. 5.3 Comunione ecclesiale in cui ciascuno deve saper trovare il suo giusto posto in base alla propria vocazione ed elezione resa sicura dai doni della grazia e quelli umani. Ciascuno non deve farsi un'idea troppo grande di se stessi "Comunione gerarchica, fondata sulla coscienza dei diversi ruoli e ministeri" MND, 21 a) Attenzione alla Comunità parrocchiale b) Alla famiglia dell'ammalato c) Ai propri rapporti interpersonali 5.4 Caratteristiche del MSC Ministero o mandato ? E' un ministero del tutto particolare che nasce come suppletivo e integrativo agli altri ministeri. Esso è temporaneo e provvisorio attendendo tempi migliori in cui una ministerialità stabile decolli nella Chiesa di Comunione voluta dal Concilio. Un servizio liturgico intimamente connesso con la carità Tale mandato radicato nell'Eucaristia esprime la carità che la Comunità parrocchiale deve percepire nei confronti dei fratelli e delle sorelle prive del conforto eucaristico. Esprime il vincolo che esiste fra il malato e il mistero di Cristo sofferente, fra l'assemblea radunata nel giorno del Signore e la vittoria pasquale sulla morte e sul male. La Comunione eucaristica deve essere sacramento di una serie di premure che la Parrocchia deve avere sapendo attivare la fantasia della carità. I MSC nono esauriscono i rapporti fra Parrocchia e Mondo e della sofferenza ma sono chiamati, come strumenti di comunione a creare maggior coinvolgimento perché tutta la comunità si prenda carico delle membra più eminenti del corpo di Cristo. Anche se Tale mandato è "ad tempus" perché altri vengano inseriti nella pastorale degli inferni a nessuno viene vietata la possibilità di continuare ad amare Cristo nei sofferenti. · Cantiamo GESÙ SIGNORE Santo mistero di luce e di grazia che ci dischiudi la strada del cielo, Vittima sacra che doni salvezza, lieta la Chiesa ti canta e ti onora. E' questo rito la Pasqua perenne che c'incammina al traguardo del Regno.
Gesù Signore, che gli uomini nutri della tua carne vera e del tuo sangue, altro nome non c' è che sotto il cielo da colpa e morte ci possa salvare.
O Pellegrino che bussi alla porta, fa che t'apriamo solleciti il cuore. Tu con te rechi e cortese ci doni il pane santo che dà vita eterna. Ascolteremo la cara tua voce e a tu per tu noi ceneremo insieme.
O Crocifisso Signore, il tuo sangue, che sotto il segno del vino adoriamo, il patto nuovo ed eterno sigillo: tutti ci lava, riscatta e raduna. Qui la speranza dell'uomo rinasce, qui c'è la fonte di vita immortale.
P. MASSIMO CUCINOTTA
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Il Ministro Straordinario della Comunione nella Comunità
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a) Gesù è venuto perché l'uomo viva e possa realizzare la sua vocazione di gioia e di speranza. La sua vita è stata una vita di amore: è vissuto "amando i suoi sino alla fine" (Gv 13,1). Tutto quello che aveva l'ha donato al Padre, spendendolo per gli uomini. La sua morte, poi, ha riassunto tutto il mistero della sua vita. Si è fatto uomo perché noi possiamo essere figli di Dio; con l'Incarnazione ogni uomo è rivelazione di Dio e del mistero di amore del Padre, ne riflette la sua bellezza. b) L'Eucaristia si fa con il pane e con il vino, cose da mangiare e da bere. Il Signore ci da la sua vita nel segno di qualche cosa di nutriente per me. Il pane non nasce pane, ma frumento; il vino non nasce vino, ma uva. Per fare il pane e il vino ci vuole la fatica, il lavoro, il sudore e l'arte dell'uomo. Gesù ha preso come materiale per fare l'Eucaristia qualche cosa che nasce dalla fatica e dal lavoro dell'uomo, cioè richiede qualche cosa di nostro. Ebbene, portare sull'altare il pane e il vino, vuol dire portare sull'altare il lavoro, la vita di famiglia, le sofferenze, i desideri, le delusioni, i contrasti, le speranze, la gioia, tutto quello che fa parte della nostra esistenza. Così la nostra vita, diventando la vita del Signore trasformato in dono e amore, assume le caratteristiche e i lineamenti della vita di Cristo. Ho voluto sottolineare questo aspetto per ribadire la preziosità della vita di ogni uomo. Quando voi, partendo dall'Assemblea eucaristica, portate la Comunione ai malati, fate si che la vita di quei malati ed anziani diventi la vita stessa del Signore e si faccia obbedienza a Dio come fu per Gesù. Fate si che essi imparino a dire di si a Dio nella loro situazione di malattia, di debolezza, di solitudine. Questo non significa che essi devono imparare a essere contenti, perché la gioia è un dono del Signore, ma che devono imparare a dire di si; imparino a scoprire che, in mezzo alla fatica e alla tristezza, Dio c'è e che la sua volontà si compia dentro la loro esistenza. Voi portate l'Eucaristia perché tutti possano dire si alla volontà di Dio, possano esprimere l'amore verso i fratelli, perché la loro vita si trasformi in amore, in bontà, in pazienza e benevolenza. Grazie all'Eucaristia, non ci sono più vite inutili al mondo e nessuno dovrebbe poter dire: "A che serve la mia vita? Perché sono al mondo?". La risposta per tutti dovrebbe essere: "Sono al mondo per lo scopo più sublime che ci sia: per essere un sacrificio vivente, un'Eucaristia insieme a Gesù". c) Siete Ministri straordinari della Comunione. "Ministro" nell'opinione comune è un titolo che dice importanza, prestigio, e da l'idea di qualcosa di grande, di ufficiale, di distanza. Per la Chiesa, invece, evidenzia la dimensione di servizio alla Comunità. Essere ministro è essere capace di essere amico. Il mandato che avete ricevuto è importante, ma non vi fa importanti. Non siete dei privilegiati perché compite questo ministero, ma è privilegiato il servizio, perché vi fa portare a chi soffre, nel segno del pane, la forza e l'amore di Cristo e della Comunità. Questo deve farvi sentire la vostra responsabilità perché siete operatori pastorali di prima linea. "Straordinario" significa non permanente, temporaneo, ausiliario e subordinato al presbitero. "Della Comunione" definisce il distribuire la Comunione ai fedeli. d) La cura pastorale dei malati, però, è compito dell'intera Comunità cristiana. Nel Corpo di Cristo, se un membro soffre, soffrono con lui tutti gli altri membri (1 Cor 12,26). Tutti i fedeli devono partecipare, per quanto è possibile, a questo mutuo servizio di carità tra le membra del Corpo di Cristo. L'amore non si può delegare. Voi agite e operate nella Comunità, per la Comunità, a nome della Comunità e con la Comunità. Infatti, dovete animare l'intera Comunità verso le attese dei malati e dei loro familiari. Dovete diventare la coscienza profetica nella vostra parrocchia, perché i cristiani sappiano inventare nuovi segni della tenerezza di Dio per i sofferenti. e) Tutto questo anche per dire che il vostro ministero non può limitarsi solo al primo venerdì ma dovete aiutare i malati a sentirsi parte attiva dell'assemblea liturgica che celebra la festa. Addirittura il Rituale Romano dice: "I pastori d'anime abbiano cura che agli infermi e ai vecchi, anche se non sono gravemente malati e non si trovano in pericolo di morte, sia data la possibilità di ricevere spesso, anche tutti i giorni, la Comunione Eucaristica" (Sacramento dell'Unzione degli Infermi, Premesse n. 46). f) Il vostro incontro con i malati costituisce una forma e un momento prezioso di evangelizzazione, sia nei loro confronti che verso i familiari e quanti li assistono. A voi è richiesto simultaneamente il servizio della Parola, del sacramento e anche il "ministero della carità" che è conforto e consolazione e che si esprime in gesti di sollievo e di aiuto anche materiale, di fraternità. Quanti vecchi abbandonati hanno bisogno di assistenza, di qualcuno che li accudisca, di chi prepari loro anche un piatto di minestra, o vada all'ufficio postale! Quanti familiari si sentono incapaci di affrontare la difficile situazione e si sentono schiacciati da essa. Ciò vuol dire che per svolgere bene il vostro ministero non basta avere una bella teca o conoscere e seguire alla perfezione il rituale, ma occorre avere con sé sempre un buon grembiule e una brocca capace di contenere acqua sufficiente per lavare i piedi di quanti occupano un posto speciale nel cuore del Signore e che sono patrimonio prezioso di tutta la comunità che li serve attraverso voi. Ciò significa fare bene il proprio servizio con diligenza e delicatezza; non lasciarsi prendere dalla fretta. Dinanzi al malato ci si ferma, ci si china e si offre l'aiuto di cui si è capaci (Samaritano). Ascoltateli. Per ascoltare bisogna fermarsi, e più che dare risposte occorre fermarsi; più che preoccuparsi di dare risposte si tratta di lasciarsi interrogare in profondità. Senza pretendere di cambiare nessuno. Non avete ricette miracolistiche da offrire. Non vi viene consegnata nessuna bacchetta magica, né formulari magici. Non avete mani da imporre, né parlare di guarigioni od offrire altri segni che non siano il Pane e la Parola. Nessuno vi da il diritto di caricare su loro le vostre devozioni. Abbiate rispetto di loro. Lo ripeto, vi tocca ascoltare semplicemente: l'altro è un uomo che soffre, che ha bisogno di non essere solo, o ha paura di restare solo (malati terminali!) e vi chiede il Pane della vita. "Nel male, nel dolore, nella sofferenza, bisognerebbe essere molto più cauti e fare un po' più di silenzio perché sono misteri che si comprendono più stando in silenzio che parlandone" (P. Turoldo). g) Il Ministro Straordinario deve trasformarsi in apostolo dei malati. I malati devono sentire la tenerezza del vostro cuore, ascoltare da voi la Parola di Dio, avere la possibilità di sperimentare, grazie a voi, la premura della Chiesa, gustare in voi la delicatezza dell'amore del Signore. Aiutate la Comunità a sentirli parte integrante di essa. Aiutate i malati a sentirsi parte viva della Comunità. Anch'essi hanno un servizio da prestare. Col vostro ministero aiutate a creare il senso della "comunità celebrante" con tutti i fedeli, anche se anziani o ammalati. L'Eucaristia, lo dicevamo, ci dice che nessuna vita è inutile. La sofferenza, al pari della preghiera, è un vero potenziale apostolico. Essere ministri è diventare amici del malato. Il malato e la sua famiglia devono raccogliere da voi comunione, bontà, speranza, energia, gioia, comprensione, calore, luce. E questo non si costruisce con una visita settimanale fatta di corsa. Sentite ciascun malato e ciascun familiare come "uno che vi appartiene", (condividetene le gioie e le sofferenze, intuitene i desideri e prendetevi cura dei loro bisogni, con discrezione, offrite loro una vera e profonda amicizia). Prendete sul serio ogni malato. E sappiategli "fare spazio". h) Il vostro ministero non è collegato ad una perfetta organizzazione parrocchiale, ma ha una valenza ecclesiale. Aiutate a costruire una Chiesa, che però scopra di avere un punto debole o un chiodo fisso: sentirsi onorata di avere un legame forte con chi non è potente. Una Chiesa che sa che il suo posto è sempre dove c'è un uomo che soffre e che è a corto di speranza, che sa dare con tenerezza la Parola del Signore, la grazia dello Spirito, la carezza della sua maternità, che da il Signore Gesù, ma che sa stare accanto anche in silenzio, tenendo per mano, pregando, ascoltando. Aiuterete la Chiesa ad aprire le mani ed il cuore per dare, ma ad aprire il suo cuore anche per ricevere. Una Chiesa che non solo conosce le regole liturgiche, ma che sa mettersi in ginocchio e avere gli occhi lucidi perché quel malato è sacramento del Signore. 'Al giudizio finale saranno pesate solo le lacrime'. i) L'Eucaristia non è solo dolcezza, intimità, raccoglimento. È slancio, condivisione, voglia di fraternità. Vi avvicinate a persone (malati e familiari) spesso vittime di dubbi, paure, perplessità, sofferenze, interrogativi e desideri. Entrambi si sono visti sfumare e definitivamente oscurare progetti, speranze e illusioni per le quali hanno sudato, rischiato, lottato e pianto tutta una vita. È gente che, non raramente, ha anche difficoltà ad aprirsi e abbandonarsi alla volontà di Dio. E voi dovete accostarvi con la stessa delicatezza e discrezione del Pellegrino di Emmaus. Occorre lasciare che la loro sofferenza entri nel cuore e batta con il vostro cuore, soffra nella vostra anima e, in qualche maniera, parli nella vostra voce e agisca con le vostre forze. "Amare una persona significa dirle: Tu non morirai!" (Marcel). "Dio non è venuto a spiegarla la sofferenza, è venuto a riempirla della sua presenza" (Claudel). l) Sentite la responsabilità di far sorgere e di animare la pastorale della salute. Troppi ministri e così poca attenzione ai malati delle nostre parrocchie: come si spiega? Nel vostro servizio coinvolgete altri, non andate da soli dai malati. Le Comunità parrocchiali non possono far finta di niente: devono finalmente "scommettere sulla carità". La famiglia e i malati costituiscono campi urgenti e delicati per la pastorale del futuro. Voi MSC avete davanti a voi una opportunità unica: gettare ponti di comunione tra la parrocchia e le famiglie dei malati per portare i malati in Chiesa e la Chiesa ai malati, per ricordare ai cristiani i bisogni dei sofferenti e per rivelare a questi la tenerezza di Dio. m) Mi sono soffermato solo su alcuni aspetti, ma prioritari, del vostro servizio. Passo in rassegna altri aspetti, anche se non li approfondisco. Ciò non vuol dire che non sono importanti. · Voi potrete distribuire la Comunione durante la Messa, ma questo è possibile solo quando il numero dei fedeli è tale da far prolungare eccessivamente la celebrazione e quando non ci sono altri presbiteri o diaconi presenti. La vostra presenza non dispensa in alcun modo il presbitero dal suo ufficio di distribuzione della Santa Comunione! · Qualora una comunità manchi del presbitero o del diacono, il ministro straordinario della Comunione può animare la celebrazione domenicale (con debita preparazione!) limitandosi, evidentemente, alla Liturgia della Parola del giorno e alla successiva distribuzione ai fedeli dell'Eucaristia. Ecco perché l'Eucaristia deve essere il centro della vostra spiritualità. Il ministero è un servizio finalizzato al bene della Chiesa e alla comune edificazione. Questo richiede che vi distinguiate per fede, vita cristiana, senso ecclesiale, condotta morale e carità fraterna. La vostra vita spirituale, perciò, non può essere fondata su molte devozioni, né può essere condotta con poca devozione, né il vostro ministero può essere ridotto alla semplice distribuzione di comunioni. La vostra preoccupazione non sia solo di tenere bene Gesù nella teca, ma di averLo anzitutto dentro il cuore. Un ministro straordinario non può facilmente astenersi dal partecipare alla catechesi parrocchiale e alla celebrazione eucaristica e poi, a suo comodo, andare in chiesa per fare la comunione quando ritiene più opportuno o più utile per lui! Anche se potete comunicarvi direttamente (attingendo, cioè, direttamente ai sacri vasi). · Potete distribuire la Comunione al di fuori della S. Messa in chiesa o in un oratorio in cui non sia conservata l'Eucaristia. Ma solo in caso di estrema gravità. · Potete esporre pubblicamente all'adorazione dei fedeli la SS. Eucaristia nell'ostensorio o deponendo la pisside sull'altare e ricollocandola al termine nuovamente nel tabernacolo, naturalmente senza dare la benedizione. · Chi esercita il ministero tenga costantemente informato il parroco del suo lavoro, preparando i malati e sollecitando il sacerdote a celebrare il sacramento della Riconciliazione, quando fosse richiesto e comunque con una certa periodicità. · Perché vi dico queste cose? Perché è facile che si verifichino abusi e incongruenze per motivi più devozionali ed estetici che per la vera necessità, come invece vi chiede il rispetto per questo grande Mistero. E a conferma di questo ribadisco che è grave mancanza di rispetto andarsene in giro a fare la spesa o per altri motivi con l'Eucaristia in borsetta o in tasca, come anche portarsela a casa, anche se per pregare. La si riceve dal sacerdote durante la celebrazione e si va dai malati. È un unico gesto che significa continuità e unità. Chiudo con un augurio. Che possiate essere tutti come aria, la Donna Eucaristica, quando andò da Elisabetta: con la stessa delicatezza, amabilità, attenzione, preoccupazione, prontezza, disponibilità.
Ero uscito di casa per saziarmi di sole! Trovai un uomo nello strazio della crocifissione. Mi fermai e gli dissi: "Permetti che ti aiuti a staccarti dalla croce?" Ma lui rispose: "Lasciami dove sono; lascia i chiodi nelle mie mani e nei miei piedi, le spine intorno al mio capo e la lancia nel mio cuore. Io dalla croce non scendo fino a quando i miei fratelli restano crocifissi; io dalla croce non scendo fino a quando non si uniranno tutti gli uomini della terra". Gli dissi allora: "Cosa vuoi che io faccia per te?" Mi rispose: "Va' per il mondo e di' a coloro che incontri che c'è un uomo inchiodato sulla croce!"
S. E. MONS. FRANCESCO MONTENEGRO
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1. La Parrocchia Per capire e proporre la missione del malato nella comunità è necessario riflettere sull’identità della Parrocchia. Secondo la nota pastorale della CEI, Il volto missino-nario delle parrocchie in un mondo che cambia, del 2004 «La Parrocchia è una comunità di fedeli battezzati che dimorano in un dato territorio in cui si vivono rapporti di prossimità, con vincoli concreti di conoscenza e amore; in cui si accede ai doni sacramentali, al cui centro è l’Eucaristia; in cui ci si fa carico degli abitanti di tutto il territorio, senza esclusione di nessuno, senza possibilità di elitarismo, sentendosi mandati a tutti». a. La parrocchia è una comunità in cui si vivono rapporti di prossimità, con vincoli concreti di conoscenza e amore. Nessuno dovrebbe rispondere come Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello?». All’interno della comunità ogni battezzato deve sentirsi responsabile dell’altro, prossimo all’altro. Tra tutti i battezzati si deve realizzare un rapporto basato sulla conoscenza-accoglienza-amore. La comunità, animata dal desiderio di crescere nella conoscenza di Cristo Gesù, dovrebbe progredire nell’amore vicendevole.
«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35). b.La parrocchia è una comunità in cui si accede ai doni sacramentali, al cui centro è l’Eucaristia. La parrocchia, figura di Chiesa eucaristica, svela la sua natura di mistero di comunione e di missione. Nel giorno del Signore la comunità, partecipando all’Eucaristia, vive un’esperienza di comunione condivisa tra tutti i suoi membri. Il confronto con la Parola di Dio, la confessione di fede, la partecipazione allo stesso pane spezzato devono condurre a rinsaldare i vincoli di fraternità di tutti. «A noi che ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito» (Prece eucaristica III). c. La parrocchia è una comunità in cui ci si fa carico degli abitanti di tutto il territorio, senza esclusione di nessuno, senza possibilità di elitarismo, sentendosi mandati a tutti. L’Eucaristia celebrata è la fonte della missione della comunità. Illuminata dalla Parola e nutrita dell’unico Pane spezzato, la comunità vive nel territorio irradiando su tutti l’amore di Cristo, che libera e salva. L’Eucaristia celebrata deve far crescere nei fedeli un animo apostolico, dedito al Vangelo e ai poveri: aperto, cioè, alla condivisione della fede, generoso nel servizio della carità, pronto a rendere ragione della speranza. L’Eucaristia rende la comunità attenta ad ogni situazione umana della gente che vive nel territorio. Lo sguardo sull’ambiente e la conoscenza, l’apertura ai bisogni e alle esigenze degli abitanti del territorio richiedono necessariamente nuove forme di ministerialità. Si tratta di promuovere le molteplicità dei doni che il Signore offre e la varietà dei servizi di cui la comunità ha bisogno. La missionarietà della comunità non può essere delegata ad un gruppo o ad alcuni, ma alla responsabilità di tutti. Singolarmente e insieme, ciascuno è responsabile del Vangelo e della sua comunicazione, secondo il dono che Dio gli ha dato e il servizio che la Chiesa gli ha affidato. Solo con un laicato corresponsabile, la comunità può diventare effettivamente missionaria. Alla luce di quanto afferma il documento, desidero presentare le linee di una pastorale della salute all’interno della vita di ogni comunità parrocchiale. 2.Il Malato - Mappa del dolore e della sofferenza Il territorio, in cui vive la comunità parrocchiale, è costellato, se non da tutte, sicuramente da alcune di queste situazioni di dolore e di sofferenza: malati che soffrono nelle proprie abitazioni, negli ospedali, nelle cliniche; anziani e non autosufficienti che vivono soli o abbandonati negli ospizi; bambini, troppo piccoli per comprendere il mistero della sofferenza, ma abbastanza grandi per farne esperienza; giovani dipendenti dall’alcool e dalla droga; disabili fisici e psichici; coniugi separati e persone che vivono nella solitudine e nell’abbandono; orfani che non hanno mai conosciuto il calore di una casa né la carezza di un padre o di una madre; coloro che, angosciati, piangono la persona cara che non c’è più. - Che cosa è la pastorale della salute? La pastorale della salute è la missione della Chiesa a favore - di coloro che sono nel dolore e nella sofferenza; - di quanti si prendono cura di loro; - dei sani per creare una cultura più sensibile alla sofferenza, all’emarginazione e ai valori della vita e della salute. - Qual è il fondamento della pastorale della salute? La pastorale della salute trova le sue motivazioni nella parabola del Buon Samaritano. In essa la comunità scopre la sua missione di curare i malati. In essa trova le modalità del suo divenire prossimo di chi soffre ed è nel dolore. «30 Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. 32 Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. 33 Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compas-sione. 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. 35 Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. 36 Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». 37 Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse:«Và e anche tu fa’ lo stesso». (Lc 10, 25-37) Nella parabola i 10 verbi (passare accanto, vedere, avere compassione, farsi vicino, fasciare le ferite e versare olio e vino, prendere con sé, portare alla locanda, prendersi cura, consegnare due denari, affidare all’albergatore) che caratterizzano il comporta-mento del Samaritano, delineano i compiti della pastorale della salute. Ritengo che i verbi ebbe compassione (3), caricatolo (6), estrasse due denari (9) e abbi cura di lui (10) non siano posti a caso, ma che abbiano un significato profondo. Il Samaritano è animato dalla compassione, sentimento profondamente divino. Dalle Scritture, infatti, conosciamo che quando Dio interviene a favore dell’uomo ferito nel corpo e nello spirito è mosso dalla compassione. La comunità, la locanda in cui il Samaritano porta l’uomo ferito (v. 34), deve essere animata dalla compassione. La compassione, motore della pastorale della salute, non si identifica con il semplice sentimentalismo o pietismo che dinanzi ad una situazione di sofferenza e di dolore fa’ affiorare la nostra emotività che, essendo momentanea e superficiale, si esaurisce con un sospiro o un’alzata di spalla. Avere compassione è partecipare alla commozione di Dio per ogni uomo specie se ferito; è lasciarsi ferire, toccare dalle situazioni umane di dolore e di sofferenza; è uscire da se stessi per condividere i dolori e le angosce dell’altro; è impegnarsi a favore dell’altro (Abbi cura: pimel»qhti = avere a cuore qualcuno, prendersi pensiero di qualcuno) con tutte le proprie forze. La comunità, come accoglie il Samaritano, è chiamata a ricevere e servire ogni uomo in difficoltà perché in ognuno di loro è presente il Signore (cfr. Mt 25, 31-45). «Ogni individuo, proprio a motivo del Verbo di Dio che si è fatto carne (cfr Gv 1, 14), è affidato alla sollecitudine della Chiesa» (Giovanni Paolo II, Evangelium Vitae, 3). Per compiere la sua missione la comunità non deve inventare nulla: essa deve soltanto imitare il buon Samaritano, sapendo che è lui che continua in essa a prendersi cura dell’uomo ferito (nella locanda si prese cura di lui, v. 34): realtà spesso dimenticata! In questa opera tutta la comunità è coinvolta. Come l’albergatore, a cui Cristo ha affidato il ferito (Abbi cura di lui), si è fatto aiutare dagli altri, - nella locanda ognuno ha una sua mansione -, così la comunità è chiamata a recuperare la globalità della pastorale mettendo in sinergia i suoi carismi e le diverse ministerialità. Non si può continuare a pensare che da una parte ci sono i catechisti; gli animatori liturgici da un’altra; quelli della carità da un’altra ancora. Ad essi ora ci uniamo anche chi si occupa dei malati (i MSC non si sa a quale di questi gruppi appartengono!!) e ci ritroviamo con tanti addetti ai lavori che vivono in compartimenti stagno. L’attenzione ai malati nella comunità parrocchiale non può essere un settore, ma il banco di prova di un cammino di fede, di evangelizzazione, di comunione, di amore. Questo servizio è fondamentale, unico, insostituibile, «non sopporta né indifferenza, né accomodamenti» (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 5). - Come una comunità vive la pastorale della salute? Il Samaritano prima di partire ha consegnato all’albergatore, e quindi a tutta la comunità, due denari: la Parola e il Pane. Con questi due doni la comunità serve e cura l’umanità ferita (cfr. Gv 13, 1-17); da essi riceve forza e guarigione. «Non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di’ una parola ed io sarò guarito». Dall’ascolto attento e devoto della Parola, dalla partecipazione attiva, consapevole e piena all’Eucaristia la comunità impara ad acquisire lo stile del Buon Samaritano, venuto per portare liberazione, guarigione e salvezza. Dalla celebrazione eucaristica la comunità si reca nel mondo con il mandato di: a.passare accanto Trascorriamo le nostre giornate in modo frenetico; corriamo sempre, passando accanto agli altri, senza forse neppure accorgerci della loro presenza. L’indifferenza ci porta ad ignorare chi si trova ferito dalla vita, a negare la sua esistenza. Talvolta ci comportiamo come il sacerdote e il levita: pur avendo notato la sofferenza dell’altro, passiamo oltre, spettatori silenziosi, per paura di essere implicati in quel dolore e di sporcarci le mani. Il passare accanto senza vedere testimonia che abbiamo spento il calore della fraternità, perché abbiamo smarrito il senso della paternità di Dio. Non possiamo percorrere le strade della parrocchia e fare finta di nulla, non vedere, non ascoltare, ed essere, invece, sempre pronti a portare in processione il Ss.mo o il nostro santo protettore. «Non ci è lecito passare oltre con indifferenza, ma dobbiamo fermarci accanto all’uomo sofferente» (Giovanni Paolo II, Salvifici doloris, 28). b.vedere Compito di una comunità che segue e testimonia il Risorto nel territorio è conoscere tutte le persone che vivono situazioni di sofferenza e di dolore. Occorre una rilevazione non di tipo sociologico, ma che arrivi al volto, al nome della persona sofferente. Quanti sono i malati o gli impediti presenti nella nostra comunità? Quanti di essi sono ricoverati in ospedale, in pensionati? Quanti i disabili e gli impediti? Quanti sono nel dolore per la perdita di un familiare? Come si chiamano? Come vivono? Qual è la loro storia? Pazientemente, coraggiosamente, concretamente bisogna arrivare ad una reale raccolta di dati sulle persone e i loro bisogni, pur nella riservatezza della privacy. Come? Individuando in ogni zona o isolato delle sentinelle, persone attente alle diverse situazioni che richiedono un intervento della comunità. La parrocchia deve divenire l’osservatorio di quanti, nel dolore e nella sofferenza, interpellano anche indirettamente e inconsapevolmente la sua credibilità. Nella celebrazione eucaristica invochiamo: «Donaci occhi nuovi per vedere le sofferenze dei fratelli». È l’amore che dona occhi per vedere, cuore per accogliere e mani per sollevare. c.accostarsi Solo vedendo la comunità parrocchiale può accostarsi, stare accanto a chi è nel bisogno. Spesso le comunità sono incapaci di accostarsi agli altri e stanno a guardare dalle finestre delle loro sagrestie. È necessario uscire, avvicinare tutti. Siamo stati mandati a tutti: «Andate, curate» (Lc 10, 9). Accostarsi all’altro che soffre significa tentare di entrare in relazione non solo con lui, ma anche con chi si prende cura di lui e i suoi familiari. Ogni sofferente va raggiunto nella sua realtà, aiutato nei suoi bisogni più profondi, illuminato a trovare una risposta ai suoi interrogativi. Una comunità non può accostarsi solo a chi chiede l’Eucaristia; essa deve avvicinarsi a tutti, senza escludere alcuno. «Avvicinarsi agli altri non significa accaparramento, proselitismo, altrimenti la parrocchia diventerà organizzazione delle cose sacre, non focolare dove arde la carità» (Don Tonino Bello). Avvicinarsi è restare al loro fianco. Ciò che rende fecondo l’approccio del Samaritano è il fatto che due persone, che fino a quel momento non si conoscevano, si aprono l’una all’altra nella carità. La comunità deve divenire prossimo ad ogni uomo che è nel dolore e nella sofferenza e che incontra nel suo cammino qualunque sia il suo viso, il suo nome, la sua razza o la sua religione. Colui che soffre e che è nel dolore ha bisogno di essa e chiunque esso sia si chiama Gesù. «Buon Samaritano è ogni uomo che si ferma accanto alla sofferenza di un altro uomo, qualunque esso sia. Quel fermarsi non significa curiosità, ma disponibilità. Questa è come l’aprirsi di una certa interiore disposizione del cuore.» (Salvifici doloris, 28) d.fasciare le ferite versandovi olio e vino Fermarsi accanto a chi soffre è imparare ad ascoltare il grido di sofferenza, di solitudine, di angoscia e spesso di disperazione e di stanchezza. A volte non abbiamo un ascolto attento delle persone; pensiamo più a rispondere, che ascoltare l’altro. Abbiamo sempre qualcosa da dire, una soluzione da proporre a buon prezzo, che spesso suona di bestemmia (chi soffre è più amato da Dio!). A chi chiede compagnia non possiamo rispondere coraggio; a chi chiede affetto non possiamo consigliare prega; a chi si chiede il significato della sua sofferenza non possiamo suggerire ci sono altri in situazioni peggiori delle tue. Non siamo mandati a dare risposte, ma a custodire e a far risuonare nel nostro cuore i loro interrogativi per poi deporli nel cuore di Dio. Non possiamo accostarci al malato rimanendo indifferenti o riempiendolo di devozioni e di sacro o prospettandogli facili guarigioni. La nostra presenza accanto al malato, animata dallo potenza dello Spirito di Cristo, è fasciare le sue ferite; è dare sollievo al suo dolore; è infondere nel suo animo serenità; è liberarlo dalla sua solitudine. La strada del servizio, prestato al malato, potrà sfociare in quella dell’amicizia, dell’annuncio e della testimonianza evangelica. La compassione, mossa dall’amore, è creatrice. Si potrebbe parlare di una specie di sacramento, di un sacramento dell’amore: quando l’uomo mette a disposi-zione il suo essere, il suo cuore, la sua forza e le sue energie Dio vi fa scendere la sua potenza creatrice e sorge il miracolo della relazione con l’uomo che è nel bisogno. Il servizio realizzato, così, in modo silenzioso, ma fattivo diviene una delle forme più visibili di credibilità del Vangelo. La comunità deve recarsi da chi soffre non con i segni del potere, ma con il potere dei segni che gli sono stati consegnati nell’ultima Cena: lavare i piedi e rimanere con il grembiule cinto per tutta l’eternità. È necessario togliersi tutti i paludamenti per servire l’uomo sofferente, così come il Verbo spogliò se stesso per salvare l’umanità (cfr. Fil 2, 7-8). Come il Samaritano ha raggiunto nella sua concreta situazione quell’uomo, ferito e mezzo morto, così la nostra comunità deve accostare chi vive nel dolore e nella sofferenza per annunciargli il Vangelo della vita. Un annuncio, che forse non richiederà mai una esplicita sua proclamazione, ma che è fatto di umile servizio, di costante e silenziosa dedizione, di piccoli gesti vissuti e scritti in tante abitazioni, in tante corsie di ospedali, in tante case di cura, in tanti ospizi e.caricarselo addosso La compassione, che muove per aiutare chi soffre, diventa comunione in quanto avvicina all’altro. Vedere, accostare chi soffre, ascoltare il suo grido porta ad aprire a lui il proprio cuore; è imprimere il suo volto nel proprio cuore come vera icona di Cristo. Il malato anche se rifiuta i sacramenti, anche se non vuole sentire parlare di Cristo è e rimane sempre una sua vera icona. Accogliere chi soffre è la condizione primaria di ogni evangelizzazione. In essa si deve innestare l’annuncio fatto di parole amiche e, in tempi e modi opportuni, di esplicita presentazione di Cristo Salvatore del mondo. Un Vangelo annunziato da chi non sa curvarsi su chi è nel dolore e nella sofferenza, da chi non sa accostarsi a lui per sollevarlo dal proprio dolore, da chi non sa tendere a lui la mano e da chi non sa aprire il proprio cuore al suo grido d’angoscia è un annunzio che perde di autenticità. Conclusioni Riscoprendo Gesù che vede (occhi), si commuove (cuore), ascolta (orecchie), si fa vicino (piedi), tocca (mani) e annuncia (bocca) il Regno la comunità parrocchiale diviene una comunità sanante. La comunità è chiamata ad aprire gli occhi per vedere i volti dei poveri e dei sofferenti, a tendere le orecchie per ascoltarne le grida, a muovere i piedi per avvicinarsi loro, ad aprire il cuore per accoglierli e annunciare loro con la propria vita l’amore misericordioso del Signore. In una società dove non c’è posto per la com-passione, la comunità parrocchiale deve divenire il luogo dove si soffre con chi soffre. Sino a quando il servizio dei malati sarà delegato solo ad alcuni, anzi sino a quando non si riuscirà a scoprire e a identificare nuove ministerialità la storia del Pane spezzato, che si rinnova in ogni Eucaristia, riempirà la comunità di grande disagio, di inquietudine e di insoddisfazione. La domenica è il giorno in cui una comunità deve sentire forte la sollecitudine a portare, come Gesù medico del corpo e dello spirito, il Vangelo, la bella notizia ai malati, agli anziani, alle persone sole e a quanti stanno loro vicino, il più delle volte schiacciati da una sofferenza più grande di loro che si trasforma, giorno dopo giorno, in disperazione e rabbia accom-pagnata dall’incapacità di poter intervenire, portare sollievo e guarigione ai loro cari. Per vivere la pastorale della salute bisogna che la comunità abbia il coraggio di uscire dai soliti schemi per divenire prossimo. È difficile immaginare una parrocchia missionaria, impegnata nell’evangelizzazione se non è attenta agli infermi. Non si può continuare a muoversi solo in una dimensione sacramentale. Questo, secondo me, è il punto di partenza perché se la parrocchia continuerà ad essere soltanto agenzia che eroga servizi religiosi, sarà molto difficile che possa divenire una comunità sanante, cioè una comunità che avvicina, accoglie, si fa carico dei problemi dei più deboli, che serve, suscita speranza e genera vita. Non si tratta di programmare una nuova pastorale, ma di chiedere a Dio il dono di un cuore ricco di lui e di umanità. La parrocchia, luogo di relazioni, di ascolto attento dei bisogni, di legami profondi, di dialogo è consapevole che da sola non può dare tutte le risposte ai bisogni di chi soffre. È necessario interpellare, stimolare le strutture, collaborare con le diverse associazioni di volontariato presenti sul territorio per trovare adeguate soluzioni. La comunità deve conoscere le leggi che riguardano il mondo della salute. Bisogna intervenire sulle strutture, perché realizzino tutto ciò che favorisca la vita di chi soffre (abbattimento delle barriere architetto-niche, assistenza domiciliare), con spirito evangelico, profetico e non come demagoghi, da tribuni della plebe. Con il servizio realizzato per amore la comunità deve aiutare i volontari, quelli del comune, a scoprire che il sofferente va guardato con occhi nuovi e servito con amabilità. La pastorale della salute interroga la comunità parrocchiale non solo su come si muove verso e nel mondo della sanità; su come essa accoglie il malato nei suoi bisogni fisici, psichici, spirituali, sociali; ma anche su come si impegna a rendere il malato soggetto attivo e responsabile nell’opera di evangelizzazione. Nel cuore e nella vita della comunità l’uomo ferito deve trovare il suo posto e il suo ruolo. In essa e per mezzo di essa deve sperimentare e testimoniare la tenerezza dell’amore di Cristo. «Anche i malati sono mandati come operai nella vigna del Signore perché Dio li chiama a vivere la loro vocazione umana e cristiana e a partecipare alla crescita del regno di Dio in modalità nuove, anche più preziose» (Giovanni Paolo II, Christifideles Laici, 53). La comunità si deve impegnare a far scoprire al malato che la sua è una vocazione alla santità: si tratta di autentica vocazione, in quanto non è stato lui a scegliere di essere tale, ma è stato veramente chiamato. Il suo letto può diventare un ambone. Un segnale che le cose stanno cambiando in meglio sarà quando nei consigli pastorali parrocchiali, vicariali e diocesani ci sarà un posto per loro. Solo allora si passerà da una pastorale per i malati ad una pastorale con i malati. Gli operatori pastorali sono i Samaritani che tengono tra le braccia chi è ferito, che sanno rompere la triste gabbia della solitudine, che portano con sé l’olio e il vino per lenire le ferite, che regalano speranza e, il più delle volte, diventano i preziosi compagni di viaggio nell’ultimo tratto di strada prima dell’incontro definitivo con il Dio della vita. Gli operatori non sono solo per chi è nella sofferenza, ma anche per la comunità perché con il loro servizio ricordano ad ogni cristiano che deve prestare la sua ala a chi si trova con la propria spezzata e impigliata nella rete della sofferenza; ci sono perché la comunità parrocchiale sia sempre più comunità sanante. È opportuno che ogni operatore si ponga queste domande: Quanti sono i malati nella mia comunità? Come la comunità si accosta a chi è colpito dal dolore e dalla sofferenza? In che modo la comunità è vicina a un malato ricoverato in ospedale? In che modo la comunità sta accanto ai familiari del malato? Quali carismi sono presenti all’interno della comunità e quali nuove ministerialità sono promosse? I malati vengono aiutati a scoprire la loro vocazione e la loro missione? In che modo i malati vengono aiutati a crescere nella fede e a vivere nella speranza? Quale ruolo ha il malato nella vita della comunità? In che modo i malati sono presenti nella celebrazione eucaristica? (preghiera dei fedeli, presenza fisica, partenza dei msc) Come la comunità interagisce con le altre associazioni presenti sul territorio? Concludiamo con la preghiera eucaristica: Donaci, Padre, occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli infondi in noi la luce della tua parola per confortare gli affaticati e gli oppressi; fa’ che ci impegniamo lealmente al servizio dei poveri e dei sofferenti. Rendici, Padre, aperti e disponibili verso i fratelli che incontriamo nel nostro cammino perché possiamo condividere i dolori e le angosce, le gioie e le speranze e progredire insieme sulla via della salvezza. P. Fortunato Malaspina
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