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28/08/2006

Gesù4.gifDt 4,1-2.6-8 / Sal 14 / Giac 1,17-18.21-22.27 / Mc 7,1-8.14-15.21-23

Il cuore dov'è?

Di fronte ai farisei che contestano il comportamento dei discepoli, Gesù richiama due principi essenziali.
Il primo: non si può sostituire al comandamento di Dio la tradizione degli uomini. Oggi non abbiamo il problema delle abluzioni, nondimeno corriamo il rischio di crearci una religione secondo le nostre vedute, di inventarcela come ci pare, magari pescando qua e là, e fatalmente lasciandoci influenzare dalla mentalità corrente. Questo è inevitabile per chi non segue Gesù e non ha il riferimento della Parola di Dio;
ma è un rischio molto reale anche per noi cristiani, se non ci impegniamo in un esodo permanente, a uscire da noi stessi e dalle prospettive umane per metterci continuamente in viaggio verso il progetto di Dio, inseriti nel cammino della comunità cristiana e nell'ascolto perseverante della Parola.
Il secondo principio importante è il primato del cuore. È essenziale non dimenticarlo: Dio vuole il cuore; non ha bisogno delle nostre cose, vuole noi, il nostro amore, la nostra fiducia, la nostra lode. "Amore voglio, non sacrifici; non offerte, ma comunione con me, dice il Signore" (antifona nell'ufficio delle letture per il lunedi della III settimana).
Qui sta la sostanza della fede. Certo, essa deve esprimersi anche nell'esteriore, nei comportamenti, negli atteggiamenti, altrimenti sarebbe disincarnata. Il richiamo di Gesù non significa per niente che l'esteriorità non abbia alcuna importanza. Rimane tuttavia il fatto che per Dio è prioritario il "dove" e il "come" del nostro cuore, ed è questo che definisce il nostro valore di fronte a lui. Abbiamo invece facilmente la tendenza a dimenticare questo aspetto primario per privilegiare elementi secondari. Tendenza non innocente: corrisponde infatti ad una volontà di dare a Dio soltanto qualcosa di parziale e riservarci il possesso di noi stessi.
Qui ci ricolleghiamo al principio precedente: perché per fare questa operazione dobbiamo decurtare a nostro uso la religione, in modo da soddisfare le sue esigenze senza dover dare il cuore a Dio. Esempio classico: essere cristiani significa non ammazzare e non rubare; se c'è questo siamo a posto. Oppure: andare alla Messa. Oppure quel che vogliamo. Tutte le volte che si stabilisce che "essere cristiani significa..." si opera una riduzione a nostro uso. Ci accontentiamo volentieri di un adeguamento parziale alla legge di Dio, in modo da poterci sentire a posto; ma nessun elemento esteriore può rimpiazzare la lontananza del nostro cuore da Dio.
S. Paolo ci esorta: "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che sono stati in Cristo Gesù" (Fil 2,5). Chiediamo al Signore di vivere questa religione vera, autenticamente richiesta da Dio: un cuore in sintonia con quello di Cristo Gesù. 

don Marco Pratesi
http://zabaione.blog.excite.it/

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